Siamo un Paese arretrato per quel che riguarda l’insegnamento e l’apprendimento degli studi di genere. Con questo termine si intende quell’insieme di studi, più diffusi nei Paesi anglosassoni e del Nord Europa (ma anche in Francia e Germania), che indagano atteggiamenti e comportamenti sociali, economici e politici legati al nostro essere uomo o donna, eterosessuali, omosessuali, transessuali e così via. La condizione di “analfabetismo” in cui ci troviamo emerge dalla prima ricerca dettagliata realizzata sul tema, che viene presentata il 10 maggio a Roma dall’Associazione italiana di sociologia (Ais) all’Università di Roma Tre (scarica il programma). L’indagine, realizzata da Giada Sarra, Roberta Sorrentino e Francesco Antonelli, rispettivamente dottorande e ricercatore universitario del dipartimento di Scienze politiche di Roma Tre, indica che in Italia sono presenti soltanto 56 insegnamenti di genere, tra corsi di laurea triennali e magistrali, 12 corsi di perfezionamento, 6 master e 4 dottorati (pagina 5). Per renderci conto della situazione disastrosa in cui siamo basta considerare che la sola Università di Berkeley, negli Usa, offre più di 60 corsi in Gender studies nel secondo semestre del 2013.

I NUMERI – Per quanto riguarda la formazione universitaria nei corsi di laurea triennali e magistrali, su un totale di 57 atenei pubblici italiani, sono solo 16 quelli in cui è presente almeno un corso universitario in studi di genere. Il 74% dei corsi è nelle università del nord Italia (il 64% concentrato nell’Università di Bologna, che si conferma un’apripista in questo ambito), il 10% nel centro, il 16% nel sud e nelle isole (pagina 9 del powerpoint). Un fattore che denota l’approssimazione con cui vengono considerati gli studi di genere è che sono quasi assenti nelle facoltà scientifiche (solo il 7% negli studi medici). Anche in un ambito come quello del diritto si arriva soltanto al 6 per cento (pagina 14). “E’ assurdo pensare che gli studi di genere debbano essere relegati alle scienze sociali o della letteratura – spiega Sarra – Quando parliamo di genere parliamo di vita reale delle persone, di come percepiamo i nostri corpi, i nostri orientamenti sessuali, il nostro posto nella società. Si tratta di una formazione che dovrebbe essere estesa anche ad ambiti come quello medico ed economico”.

GLI STUDI DI GENERE IN ITALIA? ROBA DA DONNE – Dalla ricerca, inoltre, risulta evidente che in Italia la tendenza è quella di considerare gli studi di genere come appropriati solo per le donne. C’è infatti una femminilizzazione di chi li insegna: l’87% sono donne e soltanto il 13% uomini (pagina 21). Secondo Antonelli, “questa marginalizzazione è soprattutto legata al persistere del sessismo che porta il nostro Paese ad essere fra gli ultimi in Occidente per esempio per ciò che riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro o nel ricoprire ruoli dirigenziali”. Negli Stati Uniti, aggiunge Sarra, questa mentalità è stata superata da tempo. “Gli studi di genere possono e debbono essere insegnati anche da uomini e devono essere seguiti anche da studenti maschi”. Il fatto che ci troviamo in presenza di un ambito “marginalizzato” risulta chiaro anche dalla tipologia dei docenti, quasi tutti ricercatori (34%) e associati (27%). Gli ordinari sono solo il 23% mentre i non strutturati (i docenti non di ruolo) il 16 per cento (pagina 21).

COSA FARE PER MIGLIORARE – Inoltre, come sottolinea Sorrentino, “dal report (che è stato fatto considerando l’anno accademico 2011-2012) si evince chiaramente la mancanza di studi principalmente incentrati sui generi altri e sul panorama dell’omosessualità come realtà sociale e politica”. Prevalgono infatti gli insegnamenti che mettono al centro gli aspetti relazionali e l’interesse per il genere femminile e i rapporti tra uomini e donne (pagina 18). Migliorare la situazione non è semplice, ma sicuramente possibile. Secondo Sarra “bisogna fare in modo che gli studi di genere si moltiplichino a livello universitario e che non si limitino alle tematiche tradizionali come le donne e la famiglia, ad esempio. E’ necessario che questo sapere, così ampio e variegato e in continua evoluzione, venga spezzettato, allargato, diffuso, reso appetibile per tutti, anche per i ragazzi. Si devono includere nei programmi le diverse identità della società e iniziare a pensare ad estendere questi studi anche alle scuole secondarie. Non ci sarebbe nulla di strano. Pensiamo che negli Stati Uniti l’educazione sessuale è una materia obbligatoria da 15 anni”.