Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: ecco la seconda delle quattro puntate sulla storia e i segreti del Divo raccontati dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez. Per rileggere la prima (“gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”) clicca qui.

LOTTA AGLI EVASORI – “E pensare che quando ero all’università l’unico 18 che presi in quel periodo fu proprio in scienza delle finanze”. Nel luglio del ’55 quando Andreotti torna al governo con Antonio Segni presidente del consiglio, cerca di buttarla sul ridere. Segni gli ha affidato il ministero delle Finanze e in Italia se ne sentono quasi subito gli effetti. Andreotti a Milano conosce i grandi imprenditori lombardi. Gli speculatori. I maghi della borsa. Il conte Marinotti, patron della Snia-Viscosa, gli presenta durante una riunione della camera di commercio Michele Sindona, un fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati. Andreotti resta colpito dalla sua “genialità”. 

Rientrato a Roma il neo-ministro introduce una postilla all’articolo 17 della legge Tremelloni, voluta dal suo predecessore per tentare di limitare l’enorme evasione fiscale e le speculazioni azionarie troppo spericolate. La legge, tra le polemiche, viene così vanificata. I raiders ringraziano. Poi Andreotti esenta dalle tasse i diplomatici italiani presso la Santa Sede. I beneficiati dalla norma sono solo tre. Due di loro vantano parentele importanti. Sono i nipoti di Papa Leone XIII e di Papa Pio XII, il primo grande protettore di Andreotti.

Ma non è finita. Il ministro non si accorge nemmeno dei debiti miliardari accumulati da Giambattista Giuffré, un ex impiegato di banca di Imola, che raccoglieva risparmi promettendo interessi oscillanti tra il 70 e il 100 per cento. La Guardia di Finanza indaga, è vero. Ma Giuffré, legatissimo alle gerarchie ecclesiastiche, ha qualche santo in paradiso. I rapporti delle Fiamme Gialle, corredati dagli interrogatori in cui il banchiere si difende affermando che gli alti interessi promessi erano frutto di “un miracolo della divina provvidenza”, restano lettera morta. Tutta la faccenda rimane segreta. A portarla in parlamento ci penserà il socialdemocratico Luigi Preti, successore di Andreotti alle Finanze. Giulio è nella bufera. Verrà scagionato da una commissione d’inchiesta. 

Il caso Giuffré, che Andreotti, esattamente come farà con lo scandalo Montesi, andrà a rivangare nel 1980 quando si troverà coinvolto nel secondo scandalo petroli, è comunque un’avvisaglia. E’ la bandierina che segna per il Paese l’inizio di una stagione fatta di mazzette, corruzione, e lotte sotterranee di potere. Alla base del malcostume sempre più spesso c’è la pratica della raccomandazione in cui Andreotti è un vero maestro. Quando scoppia lo scandalo delle banane (una truffa che, in barba alle gare d’asta, permetteva di assegnare ad imprese amiche la commercializzazione di questo tipo di frutta), si scopre che l’amministratore delegato dell’azienda monopoli banane è un suo raccomandato.

Andreotti non si scompone. Dalle colonne della sua rivista “Concretezza”,  dopo aver ricordato l’esempio di Enrico Di Nicola che mai ne aveva fatta una, spiega che quello dei deputati come lui è un “nobile interessamento” e una “routine pesante non priva di incomprensioni e amarezze”. “Onore a Di Nicola”, dunque, “ma onore anche a quanti servono il prossimo in un modesto contatto umano […]”.

LA DIFESA DI ANDREOTTI – Non basta. Dopo la commissione d’inchiesta sul caso Giuffré, Andreotti finisce al sotto i riflettori di una seconda commissione. E’ quella per il cosiddetto scandalo di Fiumicino, l’aeroporto di Roma costruito sui terreni acquitrinosi di proprietà della duchessa Anna Maria Torlonia, autorevole esponente di una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia vaticana. L’area, acquistata al prezzo di 754.000 lire all’ettaro, non sembrava particolarmente indicata, ma, secondo la stampa dell’epoca, per interessamento di Andreotti, i sondaggi stratigrafici erano stati egualmente eseguiti rapidamente. Nel 1961 tre mesi prima dell’inaugurazione la pista numero uno però sprofonda. Si scopre così che la ditta cui era stata appaltata l’edificazione dell’aerostazione aveva anche costruito la sede della Dc all’Eur. E che, fatto ancor più grave, la direzione dell”Ufficio Progetti” per Fiumicino era stato affidato al colonnello Giuseppe Amici, già condannato per collaborazionismo.

Sospeso dal servizio Amici era diventato un consulente di ditte edili. Aveva, infatti, buone entrature in Vaticano. Era amico del presidente dell’Azione Cattolica, era intimo di monsignor Angelini e soprattutto era organizzatore del centro Pio XII “Per un mondo migliore”. La commissione finirà per criticare Andreotti. Giulio in qualità di ministro della Difesa aveva ordinato accertamenti sul passato del colonnello ex collaborazionista. In senato però aveva riferito “affrettatamente” i risultati delle indagini coprendo le responsabilità di Amici. Alla fine l’aeroporto costò decine di miliardi più del previsto. Indro Montanelli commenta: “Fiumicino è il classico pasticciaccio in cui è sempre destinata a sprofondare un’amministrazione tergiversante e spezzata da interessi di ogni genere, dove i funzionari non sono sicuri che la legge conti più del ministro […]”.

Durante gli anni che Andreotti trascorre alla Difesa, un ministero chiave che lo mette al riparo dagli agguati e gli attentati politici organizzati contro di lui da altre correnti democristiane, accadrà però molto di peggio. Sono gli anni delle schedature di oltre 150.000 italiani da parte del Sifar. E’ il periodo in cui il generale Giovanni De Lorenzo minaccia un golpe e un piano di deportazione degli avversari di sinistra. E’ il periodo in cui Pietro Nenni di fronte al rischio del colpo di stato accetta, a malincuore, di entrare nel secondo governo Moro. I servizi segreti lavorano a pieno ritmo. Persino su Mario Scelba, “reo” di avere un’amante. L’ex potentissimo ministro degli Interni, infatti, per usare le parole del suo biografo, Corrado Pizzinelli, “è fuori dubbio che tra il ‘63 e il ’65 fosse minacciato da un ricatto”.

Pizzinelli racconta: “Una mattina qualcuno ha telefonato a casa di Scelba chiedendogli se poteva ricevere al più presto due ufficiali dell’Arma. I due […] riferiscono di aver ricevuto l’ordine di condurre indagini su di lui… Nel pomeriggio Scelba, in Transatlantico, vede Andreotti e, davanti a testimoni, gli chiede se è vero che sta facendo un’inchiesta su di lui. Il ministro della Difesa nega[…] Scelba se ne va credendo più ai colonnelli che a lui”. Fatto sta che Scelba, il quale aveva deciso di schierare i suoi centristi contro il governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro, cambia improvvisamente idea. Prima, il 13 settembre, annuncia in parlamento che lui e i suoi non daranno a Moro la fiducia.  Poi, il giorno dopo, legge un duro attacco dell’Osservatore Romano. E si riunisce con la sua corrente. Si sente Scelba gridare: “Il signor Papa, il signor Papa non può usare questi termini e coartare la nostra coscienza”. Tutti urlano. Protestano. Ma alla fine decidono di obbedire. Il voto arriva.

Andreotti, che pure era il responsabile politico dei servizi, dichiarerà sempre di non aver saputo nulla dell’attività di De Lorenzo e del Sifar. Pietro Nenni nei suoi diari si chiede: “E allora, a chi faceva capo il Servizio?”.

In quel periodo Andreotti, come gli americani e il Vaticano, è ormai approdato su posizioni favorevoli al centro-sinistra. Il progetto politico è quello di staccare sempre più il Psi dal Pci. I tempi, rispetto al comizio di Arcinazzo, sono insomma cambiati. Anche il ministero della Difesa può ormai essere abbandonato. Nel gennaio del ’66, Giulio trasloca all’Industria. Le cronache dell’epoca raccontano che per trasportare nei nuovi uffici il suo archivio vengono utilizzati sei camion militari.

ANDREOTTI, IL PRESIDENTE – Nel 1972 Giulio Andreotti riesce finalmente a diventare presidente del Consiglio, prima con un monocolore Dc che non ottiene la fiducia delle Camere e poi, dopo le elezioni, con il tripartito Dc-Psdi-Pli. Ma, l’esperienza, almeno dal punto di vista giudiziario, non sarà delle migliori. La pratica del sottogorverno fa aumentare gli scandali e le ruberie in maniera esponenziale.

Un coraggioso vice-direttore generale del Tesoro, Amos Carletti, sventa una truffa da 50 miliardi e spiega come grazie a pratiche irregolari sponsorizzate dalla classe politica un gruppo d’importanti imprese avesse cercato di farsi rimborsare falsi danni di guerra. Tra chi sollecitava i pagamenti, come dimostrerà una lettera sequestrata nel corso delle indagini, c’era anche il neopresidente del Consiglio.

I rapporti tra Andreotti, il resto della classe politica e le imprese diventano sempre più incestuosi. Tra il ’66 e il ’73 la maggioranza approva una lunga serie di provvedimenti a favore dei petrolieri. E questi allungano, in cambio, tangenti a piene mani. Nel giro di sei anni almeno 13 miliardi finiscono al sistema dei partiti. Tra i leader beneficiati c’è anche Andreotti, il cui nome in codice (Andersen), sarà ritrovato in alcuni appunti sequestrati nel corso dell’indagine. La vicenda però non avrà seguito. Così come sarà archiviata dall’inquirente una denuncia per interesse privato in atti d’ufficio presentata contro di lui dai magistrati di Torino in occasione del secondo scandalo petroli.

LO SCANDALO PETROLI NUMERO DUE – Nel 1974, il generale Raffaele Giudice é scelto dal Governo come comandante della Guardia di Finanza. Nel corso degli anni successivi Giudice, che aveva un figlio al vertice di una raffineria di petrolio a Civitavecchia, renderà di fatto impossibile ogni indagine su un vastissimo contrabbando di combustibili che causò evasioni fiscali per 2000 miliardi.

Per sponsorizzare la sua nomina una cordata di importanti petrolieri aveva organizzato una colletta. Nel luglio del ‘74 centocinquanta milioni erano arrivati alla segreteria politica del Psdi che allora, attraverso Mario Tanassi, controllava il ministero delle Finanze. Quattrocentocinquanta milioni erano invece andati nel ‘73 a Dc e Psi.  Andreotti, allora, era di nuovo ministro della Difesa. E in quelle vesti aveva concordato con il responsabile delle Finanze la nomina di Giudice.

L’ex allievo di De Gasperi come risulterà, dalle inchieste, riceve una serie di lettere di raccomandazione da parte del cardinale Ugo Poletti. E assieme a Tanassi si da fare per inserire il nome del generale nella terna dei candidati papabili. Giudice, non ha i titoli necessari per aspirare a qull’incarico. Durante il consiglio dei ministri, però, Salvo Lima, sottosegretario alle Finanze, e proconsole di Andreotti in Sicilia, si batte per lui come un leone. E ottiene ovviamente ragione. Immediatamente il neocomandante dichiara guerra al colonnello, Salvatore Florio, capo dello’ufficio I della Finanza, colpevole di aver condotto un’indagine sulle attività di Licio Gelli. Tra i due volano parole grosse, poi Florio muore in un incidente stradale. 

Subito dopo la nomina di Giudice, Andreotti cambia di nuovo poltrona. Nel novembre del ’74 é ministro del Bilancio. Ma il suo arrivo è immediatamente salutato dalle dimissioni da membro del comitato tecnico scientifico del ministero di Paolo Sylos Labini. Lo stimato economista protesta perché Andreotti ha scelto Lima come sottosegretario anche nel suo nuovo dicastero. Sylos Labini scrive una lettera nella quale sostiene che «l’operato dell’onorevole Lima nella gestione del comune di Palermo è stato tale da attirare ripetutamente l’attenzione del giudice penale» e «da indurre la Camera ad accordare per ben quattro volte l’autorizzazione a procedere». Racconterà poi l’economista: «Prima di affrontare in modo così risoluto la questione, avevo tentato di conseguire lo stesso risultato attraverso altre vie. Avevo chiesto a Nino Andreatta di fare intervenire l’onorevole Aldo Moro. Andreatta, dopo qualche giorno, mi disse che aveva posto il problema a Moro e che questi aveva confessato la propria impotenza commentando che Lima “era troppo forte e pericoloso”».

Il caso Giudice-Lima, complice l’inquirente, si risolve in una bolla di sapone. In quel periodo, del resto, per una certa politica era assolutamente normale favorire l’imprenditoria privata ricevendo in cambio tangenti e finanziamenti illeciti. Lo dimostra la vicenda dei fratelli Caltagirone (Gaetano, Francesco e Camillo), i tre palazzinari romani che nel 1975 ottengono prestiti dall’Itlacasse per 209 miliardi di lire.

Intimi di Andreotti e elemosinieri della sua corrente, i Caltagirone, il 4 giugno del ‘77 festeggiano la nomina di loro fratello Gaetano a Cavaliere della Repubblica con un ricevimento cui vengono invitati oltre all’amico Andreotti, Franco Evangelisti, il ministro del lavoro Vincenzo Scotti, quello del tesoro Gaetano Stammati e ovviamente il comandante della Guardia di Finanza, Raffaele Giudice. A quell’epoca Gaetano Caltagirone dichiara 68 milioni di reddito e tra case all’estero, barche e casinò conduce una dispendiosissima vita da nababbo.

Le sue aziende sono però in crisi. E Gaetano non è quindi in grado di onorare gli impegni. La situazione viene più volte segnalata dall’agenzia Op del giornalista Mino Pecorelli, che attacca frontalmente Andreotti e l’Italcasse, noto feudo democristiano. Pecorelli è un caterpillar. Si prepara a pubblicare le fotocopie di una serie di assegni a suo dire “consegnati brevi manu” direttamente al presidente del Consiglio, Evangelisti lo blocca dandogli 30 milioni ricevuti proprio da Caltagirone. Poi candidamente racconta, in un’intervista, che dai Caltagirone arrivavano soldi a palate. Gaetano chiedeva “a Fra’ che te serve” e apriva i cordoni della borsa. 

LE BOBINE TAGLIATE – Quando, il 12 marzo del ’74, Giulio Andreotti ridiventa, dopo otto anni, ministro della Difesa, il generale Gian Adelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid sta lavorando ormai da un anno su tutti tentativi eversivi ( a partire dal golpe Borghese) avvenuti tra il 1970 e il 1974. Andreotti lo incoraggia ad andare avanti. A fine giugno Maletti gli consegna un rapporto di 56 pagine. In ottobre il ministro riferisce al Parlamento gli esiti dell’inchiesta. E spiega che le conclusioni sono state inviate alla magistratura. La sua immagine di ne esce ovviamente rafforzata. Mino Pecorelli però prende di nuovo ad attaccarlo. Parla di “malloppo” e di “malloppino” lasciando chiaramente intendere che il rapporto di Maletti era stato alleggerito.

Non aveva torto. Almeno a sentire le dichiarazioni rese anni dopo alla magistratura milanese dal capitano del Sid Antonio Labruna, l’ufficiale che, nel corso dell’inchiesta di Maletti, aveva registrato una serie di conversazioni con i più stretti collaboratori di Valerio Borghese. Secondo l’agente segreto nel tentato golpe Borghese, oltre alla mafia, era coinvolto anche Licio Gelli, numero uno della Loggia P2, in quel periodo in grande espansione. E tra gli aspiranti golpisti compariva anche uno stretto collaboratore di Andreotti: un altro piduista, l’avvocato Franco De Jorio, direttore del settimanale “Politica e strategia”.

Fatto sta che il nome di Gelli e degli altri complici, tutti alti ufficiali dei carabinieri, dell’esercito e della marina, più molti professionisti e magistrati militari, scompaiono dai nastri. Nel corso di una riunione tenuta nel proprio studio, a fine luglio del ‘74, é Andreotti in persona a stabilire che cosa tagliare discutendone con il comandante generale dell’Arma, Enzo Mino, col capo del Sid, l’ammiraglio Mario Casardi. L’ex allievo di De Gasperi copre dunque la P2 e i suoi adepti. Ma il Paese se ne renderà conto solo qualche anno dopo in occasione del crac di Michele Sindona.

SINDONA, LA MAFIA E I FRATELLI DI LOGGIA – “Povero Sindona avvelenato con un caffè..” sospira un falso Amintore Fanfani dall’angolo destro di una vignetta di Alfredo Chiappori. Da quello sinistro un’altrettanto falso Andreotti lo guarda e considera: “più lo mandava giù e più si tirava su”. Era il 20 marzo del 1986 e il finanziere di Patti, il grande elemosiniere della Dc (2 miliardi come sovvenzione al referendum contro il divorzio più 15 milioni al mese di bustarelle) era appena morto suicida (così ha stabilito la magistratura) nel carcere di Voghera.  Il vero Andreotti poteva tirare un sospiro di sollievo. Tra tutti gli esponenti Dc, era, infatti, lui quello che aveva avuto i rapporti più intensi con il bancarottiere.

Sindona protagonista prima di una travolgente ascesa nel mondo della finanza internazionale e poi di un’altrettanto repentina cauta, aveva tentato di salvarsi rivolgendosi contemporaneamente ai confratelli della P2, alla mafia e alla Democrazia Cristiana. Ma non ci era riuscito. 

 A costo della propria vita gli si era opposto Giorgio Ambrosoli, il curatore fallimentare dei suoi istituti di credito italiani, che, solo nella lotta, aveva trovato ad appoggiarlo un coraggioso vice direttore generale della Banca d’Italia: Marco Sarcinelli. Sindona negli anni ’50 si era impiantato a Milano in via Turati conquistandosi una buona fama di fiscalista. Tra i suoi clienti, accanto ai maggiori industriali lombardi c’era più di un uomo d’onore. Nel ‘57 Cosa Nostra lo aveva scelto come consulente. Stessa cosa avrebbe fatto dopo qualche anno il Vaticano dove era stato introdotto da Massimo Spada, il responsabile dell’Istituto di Opere Religiose, la banca del Papa.

Proprio per questo i rapporti tra Sindona e Andreotti saranno particolarmente buoni. Nel ‘73, 12 mesi prima che venga spiccato dai giudici di Milano un mandato di cattura nei suoi confronti per bancarotta fraudolenta, Sindona invita Andreotti a un pranzo di gala organizzato a New York al Woldorf Astoria.  L’ex ambasciatore d’Italia a Washington Egidio Ortona, consiglia al politico democristiano di non andare, facendogli capire, sia pure con parole prudenti e misurate, che Sindona è un delinquente.  Andreotti risponde che il suo è un viaggio da libero cittadino, e che farà quello che vuole. Entra così al Woldorf Astoria dove, tra il pubblico, come testimonieranno i presenti, c’è il gotha della mafia italoamericana. Davanti a loro Andreotti celebra Sindona come “il salvatore della lira”.  Il banchiere lusingato ricambia finanziando la campagna referendaria Dc contro il divorzio.

Sindona, in quei mesi, è ancora sicuro di sé. Crede davvero di potersi tirare fuori dai guai. Ma gli andrà male. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa nega la propria autorizzazione all’aumento di capitale della Finambro, una delle società di Sindona. E’ il crac.

Inseguito dalla magistratura italiana il bancarottiere si rifugia negli Usa. Qui, prima elabora un piano di salvataggio che, se approvato, verrebbe a costare al contribuente 257 miliardi dell’epoca, poi inizia a ricattare la Dc.

Nel 1976, quando Andreotti diventa nuovamente presidente del consiglio, Sindona è dunque un latitante a tutti gli effetti. Ma è tranquillo, perché, come racconterà il massone italo-americano Philip Guarino, amico di Licio Gelli, a uno degli avvocati del bancarottiere, il primo ministro “aveva assicurato il suo completo interessamento” per evitare l’estradizione. 

In settembre Sindona scrive ad Andreotti una lettera. Lo ringrazia “dei rinnovati sentimenti di stima che ha recentemente manifestato a comuni amici” e gli illustra la sua strategia partendo dalle “pressioni sull’apparato giudiziario e amministrativo”. Sindona vuole la “revoca della liquidazione” delle sue banche. E, con gentilezza, butta lì un primo avvertimento: “Farò presente con le opportune documentazioni che sono stato messo in questa situazione per volontà di persone e di gruppi politici a Lei noti che mi hanno combattuto perché sapevano che combattendo me, avrebbero danneggiato altri gruppi cui io avevo dato appoggi con tangibili e ufficiali interventi”.

Il 5 ottobre dello stesso anno Andreotti parte per un viaggio di tre giorni negli Usa dove, secondo quanto racconterà proprio il banchiere, incontra di nuovo il suo vecchio amico siciliano. Nei diari di Andreotti il nome di Sindona comparirà una volta sola. Sul fatto che Andreotti appoggi il piano di salvataggio ideato da Sindona non esistono però dubbi. Nel ‘78 Evangelisti, sottosegretario alla presidenza del consiglio, incontra anche lui a New York il latitante Sindona. Poi i rapporti con il bancarottiere vengono tenuti attraverso il presidente del consiglio di amministrazione del Banco di Roma, Fortunato Federici e, l’avvocato Rodolfo Guzzi, difensore del bancarottiere. Avvengono decine di riunioni.

Guzzi, agende alla mano, ricorda di aver parlato per telefono con Andreotti tre volte. Andreotti, interrogato, nega. “Forse era Noschese” dice tirando in ballo il popolare imitare di voci. Noschese, morto suicida da qualche mese, non può smentire. Andreotti in ogni caso informa dell’esistenza del piano il ministro del Tesoro, il piduista Gaetano Stammati, il quale effettua sondaggi in Banca d’Italia. Il direttore generale, Carlo Azelio Ciampi, dice che l’operazione non è possibile. Stessa risposta ottiene Evangelisti dal vice direttore Sarcinelli. Anche un altro piduista, il numero uno del banco ambrosiano, Roberto Calvi si fa portavoce del fratello di loggia Sindona, presso Andreotti. Ma nonostante tutti gli sforzi la situazione non si sblocca. Il curatore Ambrosoli e la Banca d’Italia, nella persona di Sarcinelli, sono irremovibili.

Nel ‘79, però qualcosa cambia. In marzo, a Roma, il giudice di destra Antonio Alibrandi arresta Sarcinelli “per pretestuose imputazioni” (così scrivono i magistrati milanesi) e l’11 luglio un killer della mafia uccide Ambrosoli. Sulle sue agende aveva annotato, tra l’altro: “…Andreotti è il più intelligente della Dc, ma il più pericoloso” e ancora, “Andreotti vuol chiudere la questione Sindona ad ogni costo”.

Nei diari di Andreotti, invece, Ambrosoli non verrà mai citato. Nemmeno il giorno dell’omicidio. L’assassinio in ogni modo è stato un errore. Da quel momento Sindona è davvero indifendibile.

Il banchiere organizza allora un falso sequestro. Finge di essere stato rapito da un gruppo terroristico e sbarca in Sicilia ospitato dal ghota di Cosa Nostra. Da lì tenta un ennesimo ricatto: paventa il rischio che venga resa pubblica la lista dei 500 esportatori di valuta che aggirando la legge avevano utilizzato le sue banche per portare denaro all’estero. Gli va male. I magistrati che tengono sotto controllo i telefoni dell’avvocato Guzzi svelano il trucco. E quando processeranno il banchiere per l’omicidio di Ambrosoli sosterranno a chiare lettere che quella morte non sarebbe avvenuta se Andreotti non avesse appoggiato il suo piano di salvataggio.

Il 4 ottobre del 1984 si apre in parlamento il dibattito sulle responsabilità politiche di Andreotti. L’aula è semideserta. Il Pci decide di astenersi. Giulio Andreotti, ministro degli Esteri nel governo Craxi, non è costretto a dimettersi.

(2/4 – continua)