Una “federazione di potentati”, dice la prodiana Sandra Zampa. “Un apparato di dinosauri”, accusa Ignazio Marino, vincitore delle primarie per l’elezione a sindaco di Roma. E se Laura Puppato chiarisce che “farebbe fatica a votare un esecutivo Amato“, il capogruppo dei democratici alla Camera Roberto Speranza chiarisce che chi non voterà la fiducia al governo indicato da Napolitano è “fuori dal partito”. 

Mentre il vicesegretario Enrico Letta è dato per favorito nella corsa a palazzo Chigi, nel partito democratico continua la resa dei conti, solo parzialmente abbozzata nella direzione nazionale di martedì trasmessa in diretta streaming. Durante la quale Debora Serracchiani, fresca vincitrice delle regionali in Friuli, ha chiesto conto al segretario dimissionario del flop sull’elezione del presidente della Repubblica e della scelta finale di abbracciare le larghe intese con Berlusconi

Il Pd non è morto ”ma l’apparato sì”, afferma Marino, intervistato da La Stampa. Si tratta di “politici di professione che analizzano la società con lenti del ‘900 per governare il terzo millennio. Sanno che al massimo nel 2018 si estingueranno come dinosauri e sono disposti a tutto per fare un ultimo giro di giostra”. La gestione delle ultime settimane, aggiunge, “è stata un disastro. Un intero gruppo dirigente chiuso in una stanza, fuori la gente che non capiva e non era ascoltata. Una scena fantozziana, con la proiezione della Corazzata Potemkin. Risultato fallimentare”. Per l’ex outisider delle primarie per la segreteria del partito nel 2009, meglio sarebbe stato sostenere Stefano Rodotà

“Mi ritrovo nelle parole della Serracchiani”, afferma Sandra Zampa, parlamentare vicinissima a Romano Prodi, vittima di 101 franchi tiratori interni al partito che hanno fermato la sua ascesa al Quirinale. “Il Pd deve rifondarsi e non esiste un singolo salvatore della Patria”, dice al Messaggero. “E’ ridotto a una federazione di potentati che posseggono filiere di tessere o di voti in Parlamento e che poi fanno finta di fotografare le schede per dire cosa hanno votato, una pratica che si usa solo in certi ambienti”. “Voterò sì” alla fiducia, spiega, “ma sui provvedimenti, specie quelli economici, voglio discutere volta per volta. Basta votare a scatola chiusa come con il governo Monti”.

Ma chi sono quelli che hanno dato il via allo showdown che ha portato alle dimissioni del segretario Pier Luigi Bersani? ”Il fatto che nessuno abbia ammesso di aver silurato Prodi è la cosa più preoccupante, è una questione morale”, dice il dirigente Stefano Fassina a Radio Capital. “E’ un punto sul quale dobbiamo trovare una soluzione sennò è impossibile stare insieme. E’ stato il nostro fallimento che poi ha portato alla scelta di Napolitano. Le discussioni su Rodotà invece sono inutili, non abbiamo fatto neanche un tentativo perché non avrebbe avuto i voti, ne abbiamo discusso e non eravamo uniti. Il Pd è un partito plurale, è il Pd non il Pds”.

Un’altra ex candidata alle primarie rialza la testa dopo la pessima figura del partito in questa delicata fase politica: “Amato premier significherebbe un governo di lunga gittata e io avrei difficoltà a votarlo”, afferma Laura Puppato alla trasmissione “Citofonare Adinolfi” in onda su Radio Ies. “Il caso del Friuli dimostra quanto il M5s sia un sintomo di una malattia che si chiama sfiducia nella politica e quanto sia più opportuno parlare la politica dei fatti e non quella delle persone. Debora Serracchiani ha anticipato e convinto su temi e obiettivi concreti e ha fatto crollare i consensi del M5s. Questa dovrà essere la linea di un partito progressista come il nostro”.

Ma il capogruppo Speranza richiama tutti all’ordine secondo la priorità indicata da Napolitano, quella di fare un governo. “Il voto di fiducia non è un voto di coscienza, ma un voto che determina l’appartenenza al partito”, afferma sulla stampa. “I passaggi drammatici degli ultimi giorni – aggiunge – ci impongono un congresso vero di natura rifondativa. Dobbiamo definire con chiarezza quale cultura politica ci guidi, confermando la nostra identità riformista e di governo”. “Dopo tutto quello che è accaduto, un grande partito come il nostro deve avere la priorità dell’interesse nazionale. Non stiamo facendo inciuci, ma solo un governo autorevole può affrontare e superare una fase così difficile. Dovremo saperlo spiegare a tutti”.

Enrico Letta e il governo di larghe intese – Polemiche che si riaccendono a fronte dell’incarico conferito a Enrico Letta, “preludio” del governo di larghe intese Pd-Pdl. “Mi dispiace, ma continuo a non essere d’accordo”, insiste Pippo Civati, che con un post sul suo blog formalizza il suo dissenso dal prossimo esecutivo. “Soprattutto perchè il governo, di ora in ora, si irrobustisce, e il governo di scopo sta diventando un governo di scopone (scientifico) -aggiunge il deputato Pd-. Un governo politicissimo, basato sulla collaborazione Pd-Pdl, senza scadenza, non a caso presieduto dall’ultimo dirigente del Pd che non si è dimesso (perchè eletto dall’assemblea, ma non solo). Le cose, dal mio punto di vista, stanno peggiorando”, conclude.

Interviene sugli ultimi sviluppi anche il deputato prodiano Sandro Gozi che a Un giorno da pecora si augura che il nuovo governo duri poco. “Al massimo sei mesi. Così si può andare al voto tra sette mesi e mezzo”, spiega. Il deputato prodiano ha inoltre precisato che martedì alla direzione Pd si è astenuto perché il documento approvato “diceva troppo e troppo poco. Per esempio – esemplifica – potrebbe consentire un governissimo iperpolitico con dentro, magari, la Gelmini e Quagliariello, che per me sarebbe un colpo mortale”. Di più, “mi farebbe molto schifo”. E allora, voterebbe un governo Letta che comprendesse nella sua compagine Renato Schifani? “No, non lo voterei”, taglia corto.

Posizione che però non è condivisa da Matteo Richetti, vicino a Renzi, secondo cui il conferimento dell’incarico è “una splendida notizia”. La pensa così pure Anna Finocchiaro che, come i capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda, garantisce: il Pd seguirà Letta “con determinazione”.