La soluzione della crisi passa per politiche diverse in un’Europa diversa. Timidamente, è scritto tra le righe perfino del moderato e modesto rapporto dei “saggi” nominati da Napolitano. Il nuovo governo dovrebbe coordinarsi con i nostri partner europei per promuovere a livello continentale una nuova agenda di politica economica che ponga fine alla stagione dell’austerità. Nel frattempo, a meno di non credere alle favole, dimentichiamoci la crescita.

In attesa di una svolta europea, il governo ha molto da fare anche sul fronte interno. Tre decenni di sostanziale stagnazione della produttività segnalano la necessità di cambiare modello di sviluppo: puntare sull’innovazione, sulla produzione di beni e servizi di qualità, sull’adattamento a un nuovo mondo in cui c’è chi sopporta costi (del lavoro e delle materie prime) molto più bassi dei nostri e ci costringe quindi a spostarci sulle produzioni a maggiore valore aggiunto.

Di questo nuovo modello di sviluppo deve far parte anche il pieno godimento dei diritti civili di ognuno e ognuna. Diverse ricerche hanno mostrato che la tolleranza della diversità e l’inclusione sociale delle persone marginalizzate aiutano a rendere una società più innovativa e flessibile, e quindi anche più competitiva. L’innovazione si basa infatti sulla capacità dei lavoratori di esprimere il meglio di sé e dare un apporto attivo e originale ai processi produttivi, e ciò può avvenire solo in contesti capaci di accettare e stimolare ogni forma di espressione e di libertà individuale.

Ecco perché non si può considerare mera “sovrastruttura” (o una “non priorità”) le battaglie di Hollande e di Obama per l’accesso al matrimonio senza discriminazioni, indipendentemente dal sesso dei coniugi, o quella di Obama per la dignità e la legalità degli immigrati. Sarebbe bene se ne ricordassero anche esponenti piuttosto freddi sui diritti civili, che però amano richiamarsi al presidente francese o a quello statunitense.

Il benaltrismo sui diritti civili (cioè la tendenza a sostenere che ci sono cose più urgenti a cui pensare) è infondato anche perché non c’è alcuna incompatibilità tra la tutela dei diritti civili delle persone discriminate e gli altri obiettivi dello Stato, come la lotta alle mafie e alla disoccupazione. Anzi, proprio oggi, in tempi di crisi e stress fiscale che non consentono di spendere a cuor leggero, sarebbe il momento di agire su riforme a costo zero.

Pensiamo al matrimonio tra persone dello stesso sesso, appena approvato in Francia e in corso di discussione nella Corte Suprema degli Usa. Quella che viene superficialmente combattuta come una questione di principio, ha invece ricadute economiche e sociali concrete sulle coppie coinvolte: ad esempio in termini di diritti di eredità e successione, di accesso su basi paritarie a beni pubblici, di obblighi di solidarietà reciproca.

In Italia, dopo le sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione che hanno riconosciuto alle coppie di persone dello stesso sesso gli stessi diritti delle coppie di fatto eterosessuali, qualche progresso c’è stato. Ad esempio, chi ha un compagno o una compagna australiano, giapponese o statunitense, oggi può ottenerne l’arrivo legale nel nostro Paese, e ricongiungersi così col proprio caro/a senza dover necessariamente lasciare il proprio lavoro e partire. Ma questi progressi sono difficili e lenti (richiedono ogni volta una pronuncia in giudizio) e incompleti, in quanto l’equiparazione non è necessariamente con le coppie sposate, ma spesso solo con le unioni di fatto.

Vi è inoltre l’impatto culturale che solo la ridefinizione del matrimonio può dare. Di nuovo, importante anche e soprattutto durante la crisi, quando la disoccupazione è più elevata e le discriminazioni hanno effetti ancora più drammatici. Infatti, che se ne rendano conto o no, troppi pensano alla ricerca di un lavoro come alla fila alla posta: è noiosa e frustrante, dà un senso di impotenza, ma tutto sommato si prende il numero e si aspetta il proprio turno. Qualcuno intanto va perfino a svolgere altre piccole commissioni, sicuro che nessuno gli passerà avanti.

La disoccupazione non è così, specie in tempi di crisi. Piuttosto, è simile a un ufficio dove vi sedete fiduciosi in fila, ma subito entra dalla porta una ragazza avvenente, che viene ricevuta senza attese. Entra poi un distinto uomo di mezz’età, cui qualcun altro stava tenendo il turno da tempo, e anche lui passa subito. Vi girate, e vedete in ultima fila un immigrato che non mangia e non va in bagno da ore, pur di non essere chiamato proprio in un momento di assenza, ma in cuor suo sa che dovrà ancora attendere molto per il suo turno.

Fuor di metafora, secondo un’indagine pubblicata dall’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali, il 40% delle persone transessuali dichiarata di aver subito discriminazioni gravissime in fase di ricerca di lavoro e assunzione. In uno studio recente, si sono inviati falsi curriculum ad aziende di Roma e Milano: in alcuni, si è dichiarata la partecipazione del finto candidato ad associazioni Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali o transgender). Il risultato è stato che questi finti candidati sono stati convocati per un colloquio il 30% delle volte in meno, rispetto ad altri finti candidati con le stesse qualifiche ed esperienze.

La discriminazione colpisce la vita concreta delle persone: non è una questione di principio. Combatterla può aumentare il benessere di molti, anche più di quanto potrebbero fare alcune politiche mirate alla popolazione nel suo complesso, come la riduzione complessiva della disoccupazione (che pure serve, ovviamente). Certo non dovremmo perder troppo tempo, con tutti i problemi che abbiamo, per approvare un provvedimento che beneficia pochi ma non fa alcun danno a tutti gli altri. Infatti, bisognerebbe approvarlo in fretta senza tante discussioni medievali, mentre aspettiamo (speriamo per poco) una svolta nelle politiche europee.

Scritto in collaborazione con Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma)