Mettiamola così: se in Italia abbiamo avuto 50 anni di Democrazia Cristiana ci sarà un motivo quanto meno cultural antropologico. Quel partito che spaziava, accosciati da destra a sinistra, da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga fino a Carlo Donat Cattin e Ermanno Gorrieri, metteva insieme le anime nere del conservatorismo da Patto Atlantico con i più missionari sindacalisti e operatori del sociale. Unico collante: il cattolicesimo. O ancora meglio: quella bizzarra pratica di un partito politico che si riunisce negli esercizi spirituali e contemporaneamente governa il paese. Vuoi con l’aiuto qualche volta del Pci (solidarietà nazionale), vuoi con il rampantismo socialista (Craxi), ma sempre questione di guinzaglio estensibile, con saldamente in mano il timone della nazione e una devozione verso il culto dei santi e della preghiera che secolarmente diventa l’intromissione economico/finanziaria negli affari pubblici delle istituzioni, perfino in quelle locali.

Un vulnus socio-politico inestricabile simile più al franchismo spagnolo che a qualsiasi formazione partitica europea (forse la Csu bavarese che rimane pur sempre un partito di governo ma infinitamente più ristretto della Dc). Le ombre lunghe di questa cultura politica sembravano essere state spazzate via da Tangentopoli (evento extra religioso, ma egualmente strutturale), ma il rimescolamento delle carte berlusconiano, infine l’ultimo singulto di Pierferdinando Casini e Mario Monti con Scelta Civica, le hanno nuovamente fatte riemergere. L’Italia ha partiticamente bisogno di un partito centrista e cattolico forte. o di un garante alla Napolitano alla presidenza della Repubblica, modello vecchia corrente migliorista Pci, che glielo garantisca. Sono loro a dettare i tempi e ritmi della corsa, proprio come in una metafora ciclistica: se vogliono che il fuggitivo guadagni metri lo fanno, se vogliono che il gruppo rientri rientra.

Questo sta accadendo oggi per la votazione del nuovo Presidente della Repubblica: il guinzaglio dei cattolici, sparsi, badate bene, tra queste fantomatiche formazioni politiche da sinistra a destra, viene tirato o lasciato lungo a seconda dei nomi proposti. In mezzo qualche singulto di ribellione laica, come Costituzione prescrive per le istituzioni pubbliche, di cui Stefano Rodotà, forse ad insaputa del Movimento 5 Stelle che su questo versante dell’inciucio non sembra comprendere fino in fondo, pare essere la presentabile forma del presente.

Perché il Pd, sintesi temporanea dell’accordo cattocomunista, non voti Rodotà è stata la domanda nelle ore appena trascorse. E la risposta l’ha data l’ex ministro Catania (Scelta Civica): “Non è un cattolico”. Parole “sante” o santificatrici. Rodotà è scomunicato, è la Giovanna d’Arco del 2013. I cattolici stanno serrando le fila. Sono dappertutto. Soprattutto dentro al Pd: una fronda mastodontica a cui Prodi, e questo Pd spezzato, non dava più sufficienti garanzie. In prima linea i renziani: perché Matteo Renzi è un cattolico, e proprio dalla sua correntona di giovani rottamatori non è mai arrivata una parola di apprezzamento per Rodotà, ma tante per Anna Maria Cancellieri, e nei mesi prima del voto per Passera e Riccardi.

Qui sta il punto: il Pd non esiste più perché i cattolici hanno di nuovo sete di un grande centro. E se Renzi lo guiderà, gente come Rodotà, così irrispettosa dei patti tra cattolici dei vari schieramenti, non verrà nemmeno invitata a una cena di cattolicissima beneficenza.