Nel precedente post ho parlato di come, abbiamo copiato il modello universalistico inglese, con significativi ritardi storici e anche con notevoli fraintendimenti. Il dato nuovo è che dal 1 aprile in Inghilterra è entrata in vigore una legge che controriforma radicalmente l’universalismo di questo storico sistema.

Nei confronti di questa controriforma molte sono state le voci autorevoli di dissenso, ma a quanto pare non sono servite. La legge approvata da Cameron a marzo 2012 è entrata da pochi giorni in vigore. I principali contenuti politici della controriforma (Health and Social Care Act) li ho già anticipati nello scorso post e non li ripeterò. Mi limiterò ad aggiungere che l’equivalente delle nostre Asl (Primary Care Trusts) sono sostituite da 211 consorzi di General Practitioners (GPs, i medici di famiglia), denominati Clinical Commissioning Groups (CCGs) che a tutti gli effetti sono organizzazioni private ai quali saranno destinati 65 miliardi di sterline di fondi pubblici (quasi il 70% dei 95 miliardi di sterline dell’intero budget sanitario nazionale).

Questi consorzi quindi useranno i finanziamenti pubblici per stabilire contratti con fornitori di prestazioni sanitarie fruibili dai loro assistiti: ricoveri ospedalieri, esami diagnostici, visite specialistiche, assistenza domiciliare, etc . Fornitori pubblici e privati in questo modo dovranno competere tra loro. Non sono pochi gli studiosi che parlano di “un vero mutamento genetico del NHS” e di “fine del NHS”. Per quanto mi riguarda non ho esitazione alcuna a definire questa degli inglesi una avventura senza ritorno che consegnerà la sanità pubblica al mercato con tutte le conseguenze immaginabili.

Del resto gli inglesi non sono nuovi a tali avventure, già 30 anni fa essi avevano tentato la strada dei “mercati interni”, quella della competività, dei budget per i medici di medicina generale, della rivoluzione manageriale e più recentemente quella delle fondazioni ospedaliere. Ma tutte con esiti nefasti sia rispetto alla spesa che nei confronti dei valori universalistici. La controriforma Cameron mi sembra quindi più che l’espressione di un new deal sanitario una vera e propria resa alla disperazione. Ma è proprio questo messaggio ad essere pericolosissimo. Sembrerebbe che una sanità pubblica sia impossibile e che l’unica alternativa praticabile sia la sua privatizzazione.

Questo è un autentica truffa storica, non è in alcun modo dimostrabile, plausibile, ragionevole sostenere che pubblico sia impossibile anzi si può dimostrare esattamente il contrario. In Italia non mancano gli epigoni zelanti di questa linea, già esistono consorzi di medici generali, già si stanno sperimentando le fondazioni, ma soprattutto molte regioni sono impegnate a costruire e a sostenere mutue integrative, assistenza low cost, cioè sono impegnate a ridurre arbitrariamente le garanzie assistenziali dell’art 32, spingendo i cittadini nel privato e non solo per l’assistenza specialistica e farmaceutica ma per ogni sorta di bisogno.

In Italia probabilmente è più facile abolire le province che togliere alle Regioni le loro competenze gestionali sulla sanità, ancor meno facile è abolire le aziende sanitarie anche se alla prova dei fatti non hanno dato una gran prova di managerialità. Se pensiamo agli abusi e alle corruzioni alle diseconomie viene spontaneo chiedersi: “ma le aziende che le abbiamo fatte a fare?” Per cui, in Italia la cosa che si sta delineando è un sistema di potere pubblico che tenta di perpetuarsi anche accettando forti restrizioni finanziarie, disponibile per questo a privatizzare almeno una parte cospicua delle sue incombenze sanitarie.

Negli ultimi 10 anni la spesa privata per la sanità è cresciuta del 25 % e oggi la massa di denaro a disposizione della speculazione definita “out of pocket” ammonta almeno a 30 mld di euro. Tutto questo è accaduto perché milioni di persone sono state spinte per ragioni di spesa e per incapacità riformatrici silenziosamente oltre l’art 32 della Costituzione. Oggi l’art 32, quindi il diritto alla salute, non è più un vincolo per nessuno ma senza che qualcuno abbia democraticamente deciso la sua deregolazione. Siamo nella più plateale anticostituzionalità e nessuno sembra farci caso.

Il punto in comune tra noi e gli inglesi è quello che definisco, con ostinazione di cui mi scuso, il “riformista che non c’è”. Cioè la mancanza di una strategia di riforma che sappia rendere compossibile diritto e limite economico. In Italia ci stiamo attrezzando a mettere in piedi una specie di ibrido che non modifica i poteri dei poteri pubblici ma scarica una parte del diritto alla salute sulle mutue e sul privato. Io credo che l’art 32 debba essere rispettato, che per non controriformare l’art. 32 si debba riformare positivamente la sanità perché nel frattempo si è invecchiata, perché ha modelli inutilmente costosi, perché in larga misura ha una organizzazione superata, perché le sue professioni sono restate indietro, perché è strapiena di diseconomie e di costi superflui ecc. Ma la condizione per fare una riforma resta quella di superare il “riformista che non c’è”.