Vorrei riprendere il discorso sul “riformista che non c’è” e chiarire meglio il mio punto di vista:

  • per cambiare la sanità bisogna avere delle buone proposte e soggetti politici e sociali per i quali sia almeno concepibile il cambiamento.

  • I soggetti ai quali mi riferisco sono coloro che in tanti modi diversi e a tanti livelli del sistema hanno la titolarità delle funzioni sanitarie. Se costoro non comprendono la necessità di cambiare non c’è verso di cambiare pur avendo in tasca le migliori proposte del mondo

  • per chi pensa, come me, che oggi per salvare la sanità pubblica sia indispensabile cambiare è del tutto naturale assumere il Pd come un interlocutore. Il riformismo sanitario del nostro paese è sovrapponibile con il riformismo di questo partito che negli ultimi 20 anni ha sfornato ben 5 ministri della sanità e soprattutto è stato l’autore principale delle più importanti “riforme delle riforme” di questi anni e che ancora oggi resta alla guida delle regioni più emblematiche in tema di sanità

  • se il Pd è stato in passato il principale soggetto riformatore della sanità ed oggi pensa che per risolvere i problemi della sanità sia sufficiente rifinanziare il sistema pubblico, per chi ha idee diverse, è naturale che il Pd diventi una controparte e un interlocutore del cambiamento. Ma che male c’è?

  • oggi le principali differenze di opinioni sulla sanità non passano per le proposte ma per il giudizio sulla sanità. Chi si limita alla manutenzione del sistema da un giudizio sostanzialmente positivo chi invece propugna cambiamenti più profondi da un giudizio negativo. Oggi la prima cosa da fare è definire un giudizio comune sulla sanità.

Porre il problema del “riformista che non c’è” quindi non è ne fare polemica con qualcuno, né avere atteggiamenti gattopardeschi o elettoralistici e meno che mai parlare di niente, al contrario significa porre, quello che per me, è il problema principale che è quello del “manico”. Per spiegare il ruolo negativo del “riformista che non c’è” vorrei limitarmi ad un esempio. Molti dei problemi principali della sanità oggi non derivano dalla crisi, dai tagli lineari, dai piani di rientro, ma semplicemente dai ritardi con i quali la politica è intervenuta sulla sanità in questi anni. Il nostro riformismo sanitario è stato letteralmente importato dall’esperienza inglese ma sempre costantemente in ritardo nei confronti del mutamento sociale e economico:

  • nel 1948 mentre in Inghilterra si varava il servizio sanitario nazionale….in Italia si approvava l’art 32 della costituzione

  • nel 1968 in Inghilterra si facevano le usl….In Italia si riorganizzavamo gli enti ospedalieri

  • nel 1974 in Inghilterra si riorganizzava la medicina di base….In Italia si estinguevano i debiti delle mutue

  • nel 1978 in Inghilterra si scrivevano libri bianchi per pianificare, progetti per produrre salute, rivoluzioni manageriali…..in Italia si varava la riforma sanitaria e solo nel 1992 si facevano le aziende

  • nel 1979 in Inghilterra si pubblicavano il rapporto Griffit, Korner, la proposta di clinical governance e di devoluzione..e tutti i loro suggerimenti in Italia sono stati accolti solo nel 1999 con la L.229

Abbiamo sempre copiato gli inglesi in ritardo e ogni qual volta riciclavamo le loro idee in Inghilterra le stesse idee erano rispetto al mutamento o superate o ripensate. Gli Inglesi oggi dopo mezzo secolo di riformismo sanitario, mentre noi parliamo di manutenzione del sistema, propongono una quasi totale destrutturazione del loro sistema sanitario e sociale mettendo alla porta la politica, sviluppando la competitività tra gli ospedali, e affidando la gestione e la responsabilità del servizio sanitario nazionale ai medici di medicina generale e ai cittadini stessi, in stretta collaborazione con le istituzioni comunali e municipali. Prevedono pensate un po l’abolizione delle Strategic Health Authorities e dei Primary Care Trusts (Pcts), in pratica le nostre Regioni e le nostre Asl. La cosa che colpisce, proposte a parte, alcune più condivisibili altre meno, è il bisogno di cambiamento di chi ha davvero cambiato molto e che per l’ennesima volta si confronta con un mutamento più grande. Esattamente quello che il “riformista che non c’è” non riesce a fare. Con questo non sto dicendo che dobbiamo fare come gli inglesi(non mi è mai piaciuto copiare) ma solo che le “politiche retard” non fanno bene alla sanità. Allora che male c’è se qualcuno oggi pone il problema del “riformista che non c’è”?

Che male c’è se in questo blog dopo aver avanzato decine di proposte, se dopo aver scritto interi libri di proposte, dopo aver sperimentato sul campo tanti cambiamenti, si propone di discutere il problema del “riformista che non c’è”? Il “riformista che non c’è” è una espressione simbolica per evidenziare un limite culturale della politica che se non rimosso in tempo costituirà il maggior pericolo per la tenuta di questo sistema sanitario pubblico. Molto più della recessione e dei tagli lineari.