I favoriti sono sempre i primi a uscire di scena. È la regola non scritta delle elezioni del presidente della Repubblica. Chi entra Papa all’assemblea delle Camere riunite in seduta comune, esce di solito cardinale. Le uniche eccezioni, nella storia parlamentare, furono quelle di Carlo Azeglio Ciampi (che al primo scrutinio, il 13 maggio del ‘99, raccolse 707 voti sui 990 disponibili) e di Francesco Cossiga (752 su 979, al primo scrutinio del 24 giugno 1985).

Per gli altri si è dovuto attendere almeno il quarto scrutinio, quello dopo il quale per l’elezione del capo dello Stato non ci vogliono più i due terzi dell’assemblea ma basta la metà più uno (la maggioranza assoluta). Tra il primo e il quarto scrutinio, non cambiano solo i numeri, ma anche i candidati.

E certo che partire con un buon serbatoio di voti può aiutare (Giorgio Napolitano fu eletto al quarto scrutinio con i soli voti del centrosinistra, dopo tre votazioni di schede bianche da parte dei due gruppi più rappresentati in aula). Come può aiutare l’altra caratteristica del voto per il presidente della Repubblica: quel “segreto dell’urna” che già nelle scorse settimane ha portato alla guida di Palazzo Madama il senatore Pietro Grasso, sospinto dai voti Pd e da un “aiutino” dei Cinque Stelle.

Se la lotta politica del post elezioni resta quindi quella che vediamo in queste settimane, il centrosinistra, che conta 495 grandi elettori sui 1007 dell’assemblea, potrebbe votare un proprio candidato già dal quarto scrutinio, puntando su appena nove voti per arrivare alla maggioranza assoluta di 504.

In via solo numerica, il centrosinistra potrebbe perdere l’elezione solo se votassero per un candidato alternativo Pdl, Scelta Civica, M5S e uno dei 9 grandi elettori (i due valdostani, i senatori a vita Colombo, Ciampi e Andreotti, l’eletto estero del Maie, la Mangili, uscita il primo giorno dal gruppo M5S). Difficile immaginare che accadrà.

CENTROSINISTRA SOLO – È il primo scenario possibile. Non intervenendo grandi pacificazioni all’interno delle forze politiche, il 15 di aprile, si potrebbe aprire questo capitolo: il centrosinistra, dopo tre votazioni nulle, decide di spingere su un proprio nome. Sarebbe un nome non politico, in grado di aprire alle altre forze in parlamento, un po’ sulla scia di Grasso. I nomi che si fanno sono quelli di Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Salvatore Settis. Non solo. Anche due nomi “politici” potrebbero trovare appoggio tra alcuni grillini. Sono quelli di Romano Prodi ed Emma Bonino.

CENTROSINISTRA-PDL – È l’altra partita di cui tener conto. Tolta dal tavolo la possibilità che Silvio Berlusconi abbia un proprio rappresentante al Colle (si erano fatti i nomi di Gianni Letta, Marcello Pera e Giuliano Urbani), è qui che trovano spazio i cosiddetti politici di professione meno invisi al centrodestra: Franco Marini e Giuliano Amato partono in prima fila, così come pure lo stesso Giorgio Napolitano, che più volte si è detto contrario al bis.

CENTROSINISTRA-MONTI – Mancando una manciata di voti all’obiettivo, il centrosinistra potrebbe convergere, dal quarto scrutinio, verso un nome che non dispiaccia ai montiani, detentori di un pacchetto di 71 preferenze. Un nome come Ignazio Visco o Fabrizio Saccomanni potrebbe non spiacere.

L’INCOGNITA GRILLO – Sul sito Beppegrillo.it  dall’11 di aprile (quattro giorni prima dell’apertura del voto alle Camere) si potrà votare una rosa di nomi dei candidati Cinque Stelle al Colle. Quale che sia il vincitore, quella rosa di nomi potrebbe essere usata dagli altri partiti per calibrare la propria strategia. A differenza che al Senato, che ha un regolamento dirimente, per l’elezione del presidente della Repubblica si può andare avanti giorni.

da il Fatto Quotidiano del 2 aprile 2013