“Bersani si è infilato in un vicolo cieco”, ha sentenziato ieri Angelino Alfano. Ma le trattative tra l’emissario del Pdl Gianni Letta e quello del Pd Vasco Errani sono andate avanti tutta la notte. Nel tentativo di fare uscire il premier incaricato da quello che se non è un vicolo cieco, di certo è un vicolo strettissimo, che passa tra i diktat del Pdl e le divisioni tutte interne al Pd sulla possibilità di un governo del presidente. Per arrivare a presentarsi davanti al Parlamento e chiedere la fiducia, dopo il no a un appoggio del Movimento 5 Stelle gridato da giorni da Beppe Grillo, Bersani deve infatti ottenere il benestare di Silvio Berlusconi. Che però vuole in cambio una contropartita che finora il segretario del Pd ha giudicato irricevibile: lasciare al centrodestra la scelta del prossimo presidente della Repubblica.

La fiducia al governo e la scelta del successore di Napolitano sono due cose che stanno su due piani diversi. E’ stato questo sinora il ragionamento di Bersani. Ma al “scegliamo noi chi mettere sul Colle” dei primi giorni,  si è sostituito negli ultimi un più disponibile “potremmo fare un nome gradito a Berlusconi”. Quelli che circolavano ieri nella lista proposta dal Pd erano Franco Marini, Giuliano Amato, Pietro Grasso e Giuseppe De Rita. Ma il Cavaliere ha alzato il tiro: “Quel nome spetta a noi”, ha fatto sapere. E dopo avere proposto l’altro ieri Gianni Letta, ha tirato fuori l’indicazione di Marcello Pera e Lamberto Dini. Un punto su cui il Cavaliere non vuole cedere, perché un presidente della Repubblica a lui gradito vuol dire avere sul Colle chi potrà garantirlo per i prossimi sette anni, soprattutto sul fronte giudiziario.

Ed è proprio su questo aspetto che nella notte è saltata la trattativa tra Pd e Pdl. Perché il vero nodo restano i processi e il ‘salvacondotto’ che Silvio vorrebbe vedersi assicurato. Il fallimento di Bersani riporterebbe però la trattativa sul Qurinale al punto di partenza e questo il Pdl lo vuole evitare per non correre il rischio di un presidente scelto solo dal Pd. Così il confronto per uscire dal cul de sac continuerà fino alle 17 di oggi, prima che Bersani incontri Napolitano.

Se il segretario del Pd si presenterà senza la certezza dei numeri in Parlamento, Napolitano metterà in campo un governo del presidente. Un’ipotesi che Bersani nei giorni dopo il voto non ha mai voluto prendere in considerazione. “O un esecutivo guidato da me o il voto”, è stato il messaggio con cui ha cercato di compattare il partito, imponendo una trattativa con il Movimento 5 Stelle e chiudendo a ogni possibilità di inciucio con il Pdl. Ma la sua strategia ha fallito e nel Pd si è allargato il fronte di chi è disponibile ad appoggiare la proposta di Napolitano. “Se non riesce questo tentativo, pur facendo io il tifo perché riesca – ha dichiarato il renziano Paolo Gentiloni – deve essere chiaro che l’Italia ha bisogno di un governo. Se noi torniamo alle elezioni tra due mesi con questa stessa legge elettorale, io penso che tutti gli italiani di buon senso sappiano che non andiamo da nessuna parte”. Se la posizione dei renziani è chiara da tempo, ora si spostano su posizioni più sfumate i ‘giovani turchi’, ovvero la sinistra del partito fedele alla linea del segretario. 

Se la strada di Bersani si fa strettissima, anche quella di un governo del presidente non appare comunque una passeggiata. Improbabile che il Pd metta a disposizione la partecipazione diretta di suoi esponenti, più facile l’appoggio esterno. Così il Pd avrebbe le mani libere sull’elezione del presidente della Repubblica, ragionano in casa dei democratici. Un guaio complicato quello che deve risolvere il Capo dello Stato, che d’altra parte non vuole lasciare niente di intentato, anche per non limitare l’azione e il peso politico del suo successore. Che si ritroverebbe da subito a essere un presidente della Repubblica dimezzato, se il suo primo atto politico dovesse essere lo scioglimento delle Camere che lo hanno eletto.  

Intanto anche la compattezza del Movimento 5 Stelle traballa. Ieri il capogruppo al Senato Vito Crimi ha dichiarato che “se Napolitano fa un altro nome, è tutta un’altra storia”. Parole che, nonostante una parziale smentita successiva, aprono alla possibilità di un appoggio a un governo del presidente. Del resto Grillo pare sia rimasto stupito in positivo da Napolitano. E sarebbe difficile continuare a dire no anche a un governo guidato da Stefano Rodotà e con Gino Strada alla Sanità. Soprattutto diventerebbe difficile spiegarlo agli elettori del movimento. La possibilità che Grillo si accordi con il Pd per sostenere un governo del presidente metterebbe all’angolo Berlusconi. Una jattura che il Cavaliere vuole scongiurare con ogni sforzo. Anche per questo la trattativa con il Pd continuerà fino alla fine.