Si può combattere la violenza sessuale con i social network? Si potrebbe rispondere di sì guardando il programma “Women under siege” (“Donne sotto assedio”, ndr) sviluppato in Siria dal Women’s media center e HarassMap, associazione guidata da Rebecca Chiao in Egitto. Entrambi i progetti hanno sviluppato delle crowdmap: mappe interattive in cui vengono indicati con un bollino rosso i casi di violenza sessuale segnalati dagli utenti. Le mappe sono create grazie alla tecnologia di Ushahidi, un programma open source che permette di raccogliere e condividere un flusso di informazioni in situazioni d’emergenza. Si può inviare una segnalazione attraverso i siti internet delle associazioni, scrivere su Twitter, utilizzando gli hashtag #RapeinSyria e #harassmap, e via mail. HarrasMap raccoglie informazioni anche via Facebook e sms.

Questi progetti hanno diversi obiettivi, come spiega Lauren Wolfe, direttrice di “Women under siege”: “Vogliamo rappresentare i casi di violenza sessuale su una mappa, aumentando l’attenzione su di essi. In secondo luogo, vogliamo sottolineare i luoghi in cui questi abusi accadono, indicando dove le vittime hanno bisogno d’aiuto. E infine, come obiettivo a lungo termine, vorremmo costruire una documentazione che possa essere usata come prova nel caso in cui in un futuro si aprisse un processo per crimini di guerra“.

“Inoltre – specificano da HarassMap – usiamo la mappa per rompere gli stereotipi su dove, quando e chi subisce molestie sessuali“. Come ha spiegato Rebecca Chiao alla TedX Conference di Almedalen nel luglio 2012, spesso in Egitto le violenze sessuali sono “giustificate” da una serie di miti: viene ripetuto il concetto secondo cui gli abusi capitano solo alle donne straniere, non velate o vestite in modo indecente oppure che le grosse difficoltà economiche e i dogmi religiosi spingono gli uomini a diventare molestatori. Nulla di più falso. Le aggressioni riguardano sia le donne egiziane che le straniere, velate o no, e spesso non sono motivate dal desiderio sessuale ma dalla volontà di potenza e dominio. “Nel 39% dei casi segnalati ad HarassMap nel 2012, i molestatori sono bambini sotto l’età della pubertà. Altre volte, gli aggressori sono uomini sposati o con redditi alti”.

L’anonimato garantito dalla rete può aiutare molte donne a parlare pubblicamente del fenomeno e a denunciare le aggressioni subite. Inoltre le mappe permettono alle vittime di non sentirsi isolate.

Lauren Wolfe spiega che in Siria “più del 75% delle violenze sono perpetrate da forze governative o alleate”. Nei tre quarti delle testimonianze raccolte in Egitto le vittime raccontano di non aver ricevuto nessun tipo di aiuto da parte delle persone che assistevano alle violenze. “I nostri volontari portano sempre con sé una copia della mappa quando escono nei loro quartieri: la mappa e le testimonianze dirette documentate su di essa aiutano a mostrare che le molestie avvengono anche in quelle strade. Le persone sono spesso scioccate e arrabbiate quando realizzano quanto siano realmente diffuse”, spiega il team egiziano.

Ma siamo sicuri che i dati raccolti attraverso le crowdmap e i social network siano accurati? “Noi indichiamo ogni storia come ‘non verificata’, dato che non abbiamo potuto controllarla personalmente – risponde Lauren Wolfe – Questo potrebbe cambiare in futuro. Per adesso permettiamo al pubblico di valutare direttamente le fonti e le informazioni fornite”.

HarassMap, attiva dal 2010, ha già raccolto più di 900 segnalazioni, mentre la più recente “Women under siege” (aprile 2011) ha raccolto più di 160 casi di violenza sessuale in Siria. Scorrendo i report si leggono storie raccapriccianti: dalle torture sessuali alle aggressioni in luogo pubblico, passando per insulti gratuiti e minacce. Come dice Rebecca Chiao “il problema delle molestie sarà risolto quando i molestatori smetteranno di molestare. E ciò accadrà quando noi smetteremo di ignorare, di scusare e di tollerare questi comportamenti”.