La più bella delle strade dell’antichità (l’Appia, regina viarum) fu a stento salvata dal grande Antonio Cederna, in una battaglia contro il cemento culminata vent’anni fa con la creazione del Parco. Oggi la partita si gioca sulla regina delle strade dell’età moderna, quella Via Giulia che corre parallela al Tevere nel cuore di Roma, un’“utopia urbanistica del ’500”. In qualunque paese una strada immaginata e voluta da un papa come Giulio II Della Rovere (quello che commissionò a Michelangelo gli affreschi della volta della Cappella Sistina, per intenderci), e progettata e costruita, nei secoli, da architetti come Bramante, Michelangelo e Borromini sarebbe considerata un testo prezioso come la Divina Commedia o il Furioso, essendo in più una cosa viva e traboccante di esseri umani: e dunque sarebbe sacra e intoccabile.

E invece no. Alcuni anni fa il Comune di Roma ha deciso di “riempire” il vuoto che fu creato alla metà di Via Giulia dai dissennati sventramenti fascisti. Ma invece di farlo nel più ovvio e civile dei modi (e cioè con un discreto e funzionalissimo parco pubblico), si è pensato bene di realizzare un cosiddetto “urban center” da 1.900 metri quadrati, un auditorium, un albergo con ristorante di lusso e 28 appartamenti, non meno esclusivi, contenuti in un cubo di cemento di quattro piani destinato a deturpare per sempre la strada di papa Giulio. Senza contare i parcheggi (circa 350 posti auto, su tre livelli), che non potranno essere tutti sotterranei a causa del ritrovamento delle stalle dei gladiatori di età augustea, e che dunque deborderanno anche nelle vie contigue. La notizia incredibile è che le soprintendenze hanno detto di a questo scempio. E l’hanno fatto nonostante che il 20 febbraio Italia Nostra di Roma sia arrivata a compiere l’inaudito (ma sacrosanto) passo di diffidare il tramontante ministro Lorenzo Ornaghi dal “concedere qualsiasi parere favorevole al rilascio dell’autorizzazione”, perché il progetto attuale è “un inaccettabile baratto tra affari e tutela delle aree storiche ed archeologiche”.

Le pressioni erano così forti che si è tirato diritto nonostante che l’integerrimo funzionario della Soprintendenza architettonica di Roma a cui è stato ordinato di predisporre il parere favorevole si sia categoricamente rifiutato di controfirmare quello stesso parere. Siamo ridotti al punto in cui chi dovrebbe difendere il bene comune è costretto all’obiezione di coscienza. E non è un caso isolato. A Padova il sindaco Zanonato non recede dal progetto di costruire un auditorium e due grattacieli che, oltre a cambiare l’aspetto della città affogandola in ulteriore cemento, rischiano di alterare la circolazione delle acque sotterranee e conseguentemente di far crollare la Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto. A Milano solo la perseveranza di una parte di Italia Nostra ha ottenuto finalmente che un tribunale disponesse nuovi e accurati studi che dicano se è possibile aprire piazza Sant’Ambrogio (con le sue tombe di varia epoca) per trasformarla nel coperchio di un gigantesco parcheggio interrato. In una L’Aquila ancora distrutta si è proposto di scavare un centro commerciale sotto la piazza del Duomo. E a Firenze una partecipata del Comune governata da uno dei più stretti sodali di Matteo Renzi (la Firenze Parcheggi) pensa di sventrare Piazza del Carmine per realizzare un parcheggio sotterraneo che rischia di “gentrificare” il quartiere ancora popolare dell’Oltrarno (cioè di espellerne i cittadini residenti), e di mettere a rischio gli affreschi di Masaccio nella Cappella Brancacci che si affaccia sulla piazza.

Un unico filo lega questi episodi, in male e in bene: da una parte un’oscura decadenza intellettuale spinge le amministrazioni comunali a cannibalizzare e distruggere i luoghi più belli e importanti delle loro stesse città, dall’altra si creano e si consolidano reti e comitati di cittadini che studiano, manifestano, si espongono per difendere i luoghi che danno forma e senso alla loro vita quotidiana. Nell’analisi del voto che due settimane fa ha (forse felicemente) sconquassato la geografia politica italiana non ci si può limitare ad un’analisi nazionale: è anche il tradimento della politica locale, dei poteri che dovrebbero essere vicini ai cittadini, a motivare un violento desiderio di fare tabula rasa. Perché è evidente che quando i cittadini di Via Giulia traditi dal Comune e dalle soprintendenze andranno a votare, vorranno affermare con forza che il potere pubblico deve realizzare i progetti e i desideri dei cittadini stessi, e non curare gli interessi già fortissimi del mercato e della speculazione immobiliare. È questa non è antipolitica, è Politica con la “p” miauscola. Cioè, letteralmente, arte di costruire armonicamente le città, e dunque il Paese.

Il Fatto Quotidiano, 9 Marzo 2013