Il telefono sembra bruciarmi fra le mani mentre leggo di quelle fiamme che stanno rapidamente, furiosamente e incredibilmente divorando Città della Scienza, uno dei “gioielli” di una città che da secoli lotta contro la sua intrinseca, oltraggiosa e affascinante bellezza. Una bellezza che chi riesce a cogliere non può dimenticare e che non è fatta di panorami, di canzoni o di pini mediterranei. Una bellezza di vicoli bui e umidi che squarciano, come ferite, uno spazio incantato, impreziosito di tesori nascosti e di ataviche miserie che nessuna opera civilizzatrice è riuscita a cancellare.

Città della Scienza. Un gioiello. Come Capodimonte. Come Santa Chiara. Come la discesa di curve irrequiete che dall’alto di una Posillipo lussuriosa di una diversa bellezza, ti portano verso il brulicare di Mergellina: il pesce, i taralli, i gelati, il traffico. Il tufo.

Napoli. Che mi ha fatto fatica lasciare più dell’Italia e dove pure mi fa fatica ritornare più che in Italia. Napoli, alla mercé di quei “lazzari” che tanto bene Enzo Striano descrisse nel suo libro “Il resto di niente”.

Quello che sembra restare, oggi, a noi che assistiamo, affranti e ammutoliti, a tanto scempio (se le indagini confermeranno il dolo). Niente, il resto di niente. La stessa sensazione che Eleonora Pimentel Fonseca prova un attimo prima che la corda le si stringa intorno al collo, una corda che infligge meno dolore di quella sensazione terribile che, in fondo, nulla sia servito a niente.

Siamo “lazzari” e nemmeno felici come diceva la canzone. Lazzari tristi e sporchi. E siamo la “scusa”, per il resto d’Italia, per guardarci e dirsi, “noi non siamo cosi”. Non sapendo, o fingendo di non sapere, che noi siamo la faccia sfrontata di un corpo decadente. Un corpo che arranca, si dimena, si contorce, senza governo, senza controllo e senza più nemmeno la capacità di sentire il minimo orgoglio di sé.

Quando sei lontano, spesso, l’eco dei sentimenti si amplifica. Non sono mai stata tanto sanguinante e pur tanto fiera del mio essere napoletana.