“La vita non è lavorare 40 ore alla settimana in un ufficio per 45 anni. È disumano, stavano meglio gli irochesi e i boscimani che dovevano lavorare un’ora al giorno per nutrirsi”. Questa è l’essenza della Grillonomics, l’economia di Beppe Grillo, riassunta nel libro appena uscito Il Grillo canta sempre al tramonto, con Dario Fo e Gianroberto Casaleggio per Chiarelettere. Saperne di più, fare domande, chiedere precisazioni è impossibile. Ieri, dal blog, Grillo ha diffidato “presunti esperti” di parlare a nome del Movimento 5 stelle: sono “liberi di parlare” ma “soltanto a titolo personale”. Messaggio rivolto soprattutto all’economista Mauro Gallegati, citatissimo su giornali e tv dopo la sua intervista al Fatto Quotidiano in qualità di principale autore della parte economica del programma.

Però si può ricostruire almeno la rete di letture, o forse solo di suggestioni, che alimenta la Grillonomics. La premessa è la stessa dei movimenti per la decrescita, evoluzione del pessimismo di Thomas Robert Malthus che già a fine Settecento vedeva i limiti dello sviluppo, l’impossibilità della crescita permanente e la povertà diffusa come destino (colpa dei poveri che si riproducono troppo e quindi devono ricevere un reddito minimo garantito, ma abbastanza basso da non permettere loro di sposarsi). Il fatto che Malthus si sia clamorosamente sbagliato non scoraggia i fan della decrescita, intesa come fine della tensione verso l’aumento del Pil attraverso i consumi (cosa diversa dalla recessione, che è l’assenza di crescita in una società ossessionata dalla crescita).

Sul blog di Grillo e tra i suoi frequentatori sono popolari scrittori come il francese Serge Latouche e l’italiano Maurizio Pallante: come quasi tutti i sostenitori della decrescita non sono economisti, non applicano un approccio scientifico ma etico, vedono nella riduzione dei consumi e nel privilegiare la sussistenza allo sviluppo una forma di espiazione per gli eccessi del consumismo. Latouche è un autore best-seller di Bollati Boringhieri, per cui ha appena pubblicato il breve ma ambizioso Dove va il mondo?, dove azzarda: “La mia idea è che il sistema non abbia cinque anni di vita, e meno che mai venti”. Latouche, come Pallante nel suo Meno è meglio (Bruno Mondadori) suggeriscono soluzioni autarchiche, riduzione di consumi e stili di vita, gruppi di acquisto solidali e orto dietro casa al posto del supermercato. Talvolta spingendosi fino a ipotizzare che soltanto se tutti vivessimo come in Africa la Terra potrebbe evitare il collasso. Nella sua enciclica Caritas in Veritate, nel 2009, Benedetto XVI scriveva: “Assolutizzare ideologicamente il progresso tecnico oppure vagheggiare l’utopia di un’umanità tornata all’originario stato di natura sono due modi opposti per separare il progresso dalla sua valutazione morale e, quindi, dalla nostra responsabilità”.

Grillo non sembra condividere gli eccessi della decrescita. Dietro i vaffanculo e gli strilli, tra le righe dei suoi post – e nella scelta dei collaboratori, come Gallegati – si intravede la visione di John Maynard Keynes. Nel giugno del 1930, nel discorso Prospettive economiche dei nostri nipoti, il grande economista di Cambridge ipotizzava che “scartando l’eventualità di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di soluzione , nel giro di un secolo”. Cioè l’umanità avrebbe raggiunto la piena occupazione e, grazie alla tecnologia, avrebbe lavorato pochissimo, avendo enormi quantità di tempo libero. In un libro appena pubblicato da Mondadori, il biografo di Keynes, Robert Skidelsky (col figlio Edward, filosofo) si chiede Quanto è abbastanza e spiega perché la profezia di Keynes non si è avverata. Quando negli anni Sessanta nel mondo occidentale si è sfiorata la piena occupazione, la politica ha smesso di preoccuparsi di come migliorare la vita dei cittadini e si è spesa invece per aumentare l’efficienza della produzione. Ma produrre di più implica consumare di più. E l’economia è diventata soltanto la scienza della massimizzazione dei consumi.

Questa sembra anche la linea di Grillo che lui riassume così: “L’unica preoccupazione per tutti è stata quella di produrre più automobili possibili, intasare al massimo città e paesi finché, complice la crisi, il gioco è saltato e ora siamo tornati ai livelli di produzione degli anni Settanta”. L’ex comico integra questo approccio con le teorie sui beni comuni – evoluzione delle spinte ecologiste e anti-globalizzazione degli anni Novanta – in Italia approfondite da Ugo Mattei e Stefano Rodotà.

Come si traduce questo approccio in politica economica? Il programma di Grillo è una lista di principi e, per ammissione del leader del M5s, ancora incompleto: deve nascere una “piattaforma on line” in cui i simpatizzanti potranno riempire di contenuti i principi del programma. Sono anni che Grillo annuncia questa partecipazione dal basso, ma è ancora “in fase di sviluppo dopo il rallentamento dovuto all’anticipo delle elezioni”, ha scritto ieri. Solo che adesso la discussione non è più solo teorica, dovrà portare a breve i disegni di legge in Parlamento.

Twitter @stefanofeltri

Il Fatto Quotidiano, 2 Marzo 2013