Il suo nemico è una danza, la danza più infelice del mondo. Si chiama Còrea di Huntington. Una malattia rara, ma che in Italia interessa seimila persone e ne vede a rischio altre 15 mila. Lei, la biologa che sta dedicando la vita a questa battaglia, si chiama Elena Cattaneo. Ricercatrice e docente di cellule staminali all’Università Statale di Milano, se ne occupa da vent’anni. Da quando lavorava al Massachusetts Institute of Technology e una collega, Nancy Wexler, scoperta la malattia nella madre, guidò una cordata di ricercatori alla scoperta del gene di un morbo che Huntington aveva descritto ufficialmente già nel 1872.

“In che cosa consiste? Prende in età adulta, mediamente a 35 anni, poi può durare quindici o venti. Porta alla perdita delle capacità di controllo, e produce movimenti simili a una danza. Per questo ha quel nome, Còrea, che in greco vuol dire danza. Chi ce l’ha assume le movenze di un ubriaco, pensi che una volta un ragazzo che ne era affetto venne scambiato per tossicodipendente e portato in una comunità di recupero. Ha un alto potenziale ereditario. Poi nella fase finale la danza scompare, arriva una depressione spaventosa, e si muore per ragioni muscolari, non si può più deglutire. È difficile sopportarla, per questo nel mondo sono diversi i casi di suicidio e anche di richieste di aiuto a morire. E per questo, anche se ormai basta un’analisi del sangue per sapere se se ne è affetti, solo il 5 per cento di chi è a rischio sceglie di saperlo”. La professoressa Cattaneo si è dedicata anima e corpo a questa causa. Lavora su quelle lettere che stanno iscritte nel gene e che oltrepassano la soglia di guardia, ossia la fatidica cifra di trentacinque; perché in realtà, spiega, quelle lettere ce le abbiamo tutti nei nostri geni.

“La mia? È una storia semplice e fortunata”, racconta. Laureata e dottorata in farmacia, poi passata alla biotecnologia, tre anni al Mit, quindi a Lund in Svezia, e di nuovo a Milano, è diventata un punto di riferimento, una speranza, per chi lotta contro la malattia. Una volontà di ferro, presa dal padre, una vita in Fiat, operaio “di buca” sotto l’auto, poi collaudatore e ispettore, la licenza media presa a quarant’anni sul banco coi ragazzini e oggi ultraottantenne da sci di fondo, bicicletta e trecento vasche al giorno (“devo tenerlo sotto controllo”). Combattiva, e non per nulla ha fatto causa a Berlusconi con due sue colleghe per via di quella campagna forsennata contro le staminali embrionali, di cui lei conosce bene le virtù terapeutiche: “Ma lo sa l’uso prezioso che se ne può fare per tante malattie? Sono cellule bellissime. E il paradosso di questo tabù è che prima si pretende che queste cellule abbiano un’anima e poi le si tiene in frigorifero; che la legge ci impedisce di crearle, ma poi le importiamo dall’estero perché tutti sappiamo che sono necessarie”. 

La passione le scende dagli occhialini rettangolari rossi giù per lo scialle a fiori. “La ricerca è una cosa stupenda, esplori ambiti vergini, ogni tanto ti pare di essere in un deserto in cui ruoti a 360 gradi e non vedi nessuno. Sei tu con le tue ipotesi, e le gioie e fallimenti che ne possono derivare. Puoi fare del bene ad altri, questa è la miccia, perciò la spina non la stacchi mai. Ogni ora fuori dal laboratorio è persa. Pensi che la domenica ogni tanto ci porto pure i miei figli, ne ho due, una di 21 e uno di 15, vengono e studiano lì… Capisce? Tutto questo si può fare se hai una famiglia complice. E io ho avuto la fortuna di avere complici tutti, a partire da mio marito e dai miei suoceri, se solo pensa che un mese dopo il matrimonio sono andata al Mit”.

Parlerebbe all’infinito del suo lavoro, Elena. Lo capisci quando ti racconta di questo gene che ha 800 milioni di anni e che nacque innocente in una ameba, il primo organismo multicellulare, e dunque ha senz’altro una funzione sociale. E di quelle lettere che sono segno indubbio di un’evoluzione: due nel riccio, sette nel topo, dieci nella pecora, quindici nella scimmia, e l’uomo che si avvicina o supera i 35 pagando il prezzo della sua evoluzione. Oppure quando narra di quella piccola località del Venezuela dove a furia di imparentarsi si sono trasmessi il gene malato e ballano tutti al ritmo di quella danza infelice. O di quando, circa dieci anni fa, la malattia fu messa in scena al Festival del Teatro di Glasgow in rappresentanza dell’Italia, con testi dell’avvocato milanese Augusto Bianchi.

Oggi guarda con speranza al convegno a cui parteciperà Ignazio Marino e che ha organizzato per dopodomani all’Università Bicocca e chissà perché lo ha organizzato proprio con Sociologia. “Perché queste persone hanno bisogno di sentirsi dentro la società, che si parli della loro malattia. Essendo considerata rara, si sentono praticamente in colpa. E noi non stiamo facendo abbastanza per loro”. Nell’Huntigton, sostiene, c’è in fondo la nostra storia, la nostra evoluzione, la spia del cammino verso un’umanità con sistemi nervosi sempre più funzionali. Ecco, il male come traccia del progresso.

Chiamatela utopia, fede nella scienza o nella storia. Ma mette una voglia matta di fare dell’università il luogo, anzi il “laboratorio”, di un futuro migliore.

Il Fatto Quotidiano, 24 Febbraio 2012