Dal cielo viene giù acqua e neve. Uomini in divisa schiacciano la faccia di una ragazza contro il marciapiede. Le ginocchia premute sulla schiena nuda. I capelli sono intrisi di fanghiglia. Il seno è scoperto. Fotografi e giornalisti riprendono la scena, qualcuno si allarma: “La state soffocando!”. Nel giro di pochi minuti tre giovani donne vengono portate in questura e denunciate per atti contrari alla pubblica decenza e resistenza a pubblico ufficiale. 

Chi fosse arrivato in via Scrosati a Milano nel primo pomeriggio di questa gelida domenica elettorale avrebbe potuto pensare di trovarsi in Ucraina, la patria delle Femen, il gruppo di attiviste a cui appartengono le tre donne che oggi hanno atteso l’arrivo di Silvio Berlusconi al seggio per contestarlo al grido di “basta Berlusconi”. Un grido veramente eversivo visto che un gruppo di carabinieri le ha immobilizzate, schiacciate a terra e trascinate via come animali da macello. Dal 2008 le Femen compiono blitz in giro per il mondo usando il loro corpo (spesso giovane ed esteticamente apprezzabile) come strumento di lotta e denuncia politica. Scelgono luoghi simbolici per protestare contro la Chiesa e lo strapotere di Vladimir Putin in Russia, a favore dei diritti delle minoranze, donne e omosessuali compresi. Nell’opinione pubblica suscitano sentimenti contrastanti, ma mai, almeno in Italia si era arrivati a un livello di violenza così smaccato contro di loro. E per di più da parte degli uomini delle forze dell’ordine. Al massimo si era arrivati a qualche ombrellata, come nel caso dell’anziana signora impellicciata che in piazza San Pietro lo scorso 13 gennaio aveva brandito l’ombrello contro una biondissima Femen

Vedere tanto accanimento fisico su tre giovani donne (una francese e due ucraine, tra i 20 e 25 anni) da parte dei carabinieri (in Italia, non in uno Stato ex sovietico) fa impressione. Si tratta di donne che, pur facendo resistenza con il corpo (non particolarmente robusto bisogna dire), potevano essere facilmente sollevate (e coperte) da due uomini qualsiasi, senza necessità di particolare prestanza fisica. E allora, dato che siamo all’alba di una nuova legislatura, viene spontaneo avanzare una richiesta al prossimo governo, qualunque esso sia. Carabinieri e polizia siano finalmente dotati di quel numero di riconoscimento esposto in modo chiaro ed evidente sulla divisa. Un numero che permetterebbe la loro immediata identificazione (specie quando sono presenti in forze a grandi manifestazioni) sia che si distinguano in positivo, sia, come in questo caso, per l’uso spregiudicato della violenza fisica contro soggetti del tutto inermi (a meno che le tette non si debbano considerare “strumenti di offesa”). Un provvedimento facilmente attuabile, più volte chiesto anche dai dimostranti della Val Susa che il prossimo governo potrà rendere esecutivo nei primi cento giorni di vita come segnale che una nuova era è davvero cominciata. Non solo a parole.