Ricordate “Strange Days” di Kathryn Bigelow? “Il punto non è se sei paranoico. Lenny, insomma il punto è se sei abbastanza paranoico”. Non so se sono abbastanza paranoico, ma so che io sono uno di quelli che non “ci crede”. Ho sempre ritenuto l’ottimismo lo stupro dei distratti e ciò che più mi spaventa nelle persone è l’entusiasmo. Il mio unico manifesto politico sta nella frase che, ne “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, un giovane della resistenza pronuncia quando un fascista gli domanda “Cosa diventerà l’Italia se vincerete voi?”; “Una cosa piccola ma seria”.

Sarà merito di Ennio Flaiano, ma tutto questo disincanto, mi diverte usarlo in primis su me stesso. Odio così tanto l’ottusità della “coerenza” (l’incapacità di sbagliare in modi più fantasiosi) che pur di tradirla metto in discussione ciò di cui son convinto. Parlavamo di entusiasmo dunque, e mi pare evidente che in questa tornata elettorale l’unico realmente in grado di trasmettere entusiasmo al proprio elettorato sia stato Beppe Grillo.

“Grillo è populista” dicono i detrattori in uno dei ritornelli da campagna elettorale. Così come altro ritornello è quello legato ad una certa improvvisazione politica del movimento. Riguardo quest’ultima accusa l’unica vera risposta la darà il Parlamento, quando i riflettori si accenderanno sulla pattuglia grillina.

Da diffidente professionale mi ha però sempre colpito questa sfiducia intermittente, verso alcuni e non verso altri, e credo che – all’interno dei Cinque Stelle – la quota di cretini e incapaci, così come quella di persone capaci e perbene, sia esattamente la stessa che riscontreremmo altrove. Non ho mai tollerato la consegna di patenti di santità  – e quindi tanto meno idiozia – a priori, affibbiate a partiti o movimenti.

Ho molti amici (veri) che voteranno Grillo – io no e non so nemmeno se voterò – le loro ragioni mi interessano. Discutendo con loro noto che c’è un elemento che li unisce; la presa d’atto del fallimento politico di destra a sinistra (gli diamo torto?). Di solito rispondo che il fallimento altrui non è automaticamente garanzia della propria ragione, ma stavolta provo a mettermi nei panni dei miei amici, e a vederla dal loro lato. Lasciando stare – per una volta – le svariate cose che non mi convincono di Grillo (dall’effettiva realizzabilità di tante sue – giuste – istanze, al logoro mantra beatificatore della fantomatica “società civile”) la  domanda che mi faccio nasce dal gusto del paradosso; Grillo è populista? E che differenza c’è fra populismo e “marketing politico” come ci vengono spacciate? 

E – nel caso – credete che sia facile parlare, in modo sofisticato e moderno, alla pancia delle persone, stimolarne gli istinti e cavalcarne la rabbia? Non è forse anche quella una forma di talento? E se qualcuno riuscisse nel capolavoro di parlare alla pancia delle persone e da lì arrivare al cervello?

Se dunque ragioniamo per assurdo/paradosso, ci accorgiamo che se Grillo fosse davvero un maestro di populismo, paragonato alle declinazioni da scuole serali o da crociera low cost di Berlusconi e a quello da boutique equosolidale del centrosinistra, si tratterebbe perlomeno di populismo di assoluto livello. Le parole sono importanti diceva Nanni, ma valgono allo stesso modo per tutti?

Perché le proposte di Grillo sono populiste – e può ben essere – mentre promettere “4 milioni di posti di lavoro” oppure affermare che “chi ha di più deve pagare di più” invece di passare per “consigli della nonna” sono catalogate come proposte elettorali? Perché Grillo dovrebbe vergognarsi dei suoi argomenti mentre – da un lato –  Berlusconi  confondeva le cubiste con parenti di Mubarak e – dall’altro –  il Pd con la Cgil promettono, ad esempio, di occuparsi dei precari? Ma non se ne sono già occupati abbastanza danneggiando di fatto il loro futuro a colpi di protezioni e tutele per chi è “già dentro” al mondo del lavoro?

Insomma come mai se il centrosinistra ha sempre le ricette giuste a paziente morto, e il centrodestra riesce a far secco un paziente che aveva una salute di ferro, il medico pazzo è Beppe? Ripensiamo a “Strange Days”: “Vedi è questo il tuo problema. Tu immagini ci sia qualcosa quando invece non c’è niente. Tu immagini di avere una vita quando invece spacci solo pezzi di vita di altri e le parti frantumate della tua…”.

Supponiamo dunque che la situazione italiana sia shakespearianamente “disperata ma non seria”, con chi preferireste fare quest’ultimo salto nel vuoto? Io da solo, come ogni salto della mia vita. Ma se ci trovassimo dentro una sequenza di  “Strange Days” e qualcuno mi ammonisse: “Guarda che tutti i politici ti raccontano balle”, io potrei rispondere “Ok molto bene, io però – quelle panzane – le voglio artistiche, sublimi e le voglio da gente che ha letto almeno una ventina di libri, non da chi avrebbe faticato a uscire indenne dal Cepu”. 

Ma ragionando così, dovrei pensare che “l’uomo qualunque” sono io stesso, un cittadino mediocre come tanti altri, e così facendo non pretendo sincerità, bensì mi accontento che la truffa sia di un certo livello. Ripercorrendo la storia italiana ciò che più mi addolora non è la persistente sbandata autoritaria cui gli italiani amano esporsi, bensì il pessimo livello di dittatori che scelgono.  Forse anch’io merito di esser schiavizzato a remare nella stiva di una nave, però almeno vorrei il posto vicino al finestrino. Per vedere un po’ di mare.

“Sai come faccio a sapere che è la fine del mondo Lenny? Perché tutto è già stato fatto, capisci? Ogni genere di musica è stata provata, ogni genere di governo è stato provato, capisci? Ogni cavolo di pettinatura, ogni orrendo gusto di gomma da masticare, i cereali per la colazione, ogni tipo di schifoso… capisci che intendo? Che ci resta da fare? Come faremo a sopravvivere, per altri mille anni?” (“Strange Days”)