E’ nata a Bolzano nel 1975, ma dal 1994 Maura Delpero, regista e menzionata dalla giuria del Premio Solinas Documentario per il Cinema 2010, vive a Bologna, dove si è laureata in Lettere Moderne. Un amore, quello per la città felsinea, cresciuto e consolidatosi negli anni grazie agli innumerevoli spunti culturali che la città, seppur non di grandissime dimensioni, offre.

Il documentario Nadea e Sveta, è il suo ultimo lavoro: piaciuto molto a Gianluca Farinelli – spiega la regista -oltre a programmarlo al Lumière nel 2013, il direttore s’è impegnato a distribuirlo, sotto l’egida della Cineteca.

Come molte donne moldave, le protagoniste sono emigrate in Italia per ragioni economiche. Le loro famiglie sono rimaste in Moldavia: Nadea ha lasciato figli ormai grandi, mentre Sveta ha dovuto affidare alla nonna la sua bimba di tre anni. Nel 2010 Sveta riceve i documenti che le permettono di tornare in Moldavia e rivedere finalmente la figlia dopo due anni e mezzo di lontananza. Alla partenza dell’amica, Nadea rimane sola a Bologna e cerca di reagire alla solitudine. Le due amiche continueranno a confidarsi e aiutarsi a distanza. I loro destini s’incroceranno fino a invertirsi, in una storia di donne sempre pronte a ripartire.  

E’ la storia di due persone e insieme di un’intera comunità di donne che vivono all’estero. Il focus del film non risiede nell’interesse sociologico sulla presenza delle lavoratrici dell’Est Europa in Italia, bensì cerca di scavalcare il punto di vista del paese ospitante e di avvicinarsi a loro universo intimo, per lo più ignorato dagli italiani che condividono con loro la vita quotidiana. In questo senso, Nadea e Sveta sono donne estremamente comunicative, epidermiche, che ci lasciano entrare nel loro universo emozionale con una generosità di sé che tradisce il bisogno, covato in anni di solitudine, di raccontarsi a un’Italia indifferente.

Com’è nato il progetto?

“Alcuni anni fa ho fondato un’associazione per l’insegnamento dell’italiano alle donne dell’Est Europa, che in Italia lavorano soprattutto come badanti e collaboratrici domestiche. Durante le lezioni, tra una regola grammaticale e un’altra, affioravano storie personali incredibili. Di queste donne mi hanno subito colpito la forza morale, la determinazione e l’assenza di qualsiasi altisonanza nel raccontare vere e proprie avventure. Mettermi nei panni di queste donne mi era tuttavia impossibile: l’empatia cozzava con la mia incapacità di comprendere l’accettazione di sacrifici tanto dolorosi. Più di tutto non riuscivo a capire come queste donne potessero convivere con la nostalgia e la frustrazione di non vedere crescere i propri figli. Ho sempre terminato questi corsi con grandi punti di domanda e una fascinazione per l’eroicità di queste storie sommerse. Un paio d’anni più tardi, una domenica di primavera sono entrata in un parco a Bologna e il paesaggio umano che mi sono trovata di fronte ha avuto su di me l’effetto di un rapimento estetico. Nel parco non c’era un solo italiano, ma tantissime donne straniere, sedute in piccoli gruppi, che mangiavano, chiacchieravano, telefonavano. Mi ha emozionato il loro modo di stare insieme perché sembravano stringersi l’una all’altra in un ideale abbraccio. L’immagine ha avuto una forza rivelatrice: quel giorno ho visto il film. Mi sono tornati alla mente i loro racconti di vita, carichi di desideri e conflitti da risolvere, e per la prima volta ho pensato a un documentario che assecondasse il desiderio insoddisfatto di comprendere, che provavo nell’ascoltarle in classe, e s’interrogasse sull’identità geografica e degli affetti”.

Qual è stato l’approccio visivo?

“Lo studio accurato delle location e la possibilità di passare molto tempo con le protagoniste senza la camera mi hanno permesso di preparare fotograficamente le situazioni. Come in un racconto alternato, Bologna e i suoi cliché, si contrappongono all’architettura sovietica, in una sorta di ritmo cadenzato: lo sguardo è discreto e insieme curioso, un finto passo indietro nell’ottica di spiare la scena incorniciata da una porta è complice dell’interesse dello spettatore e insieme lascia maggiore libertà ai personaggi”.

Il tuo rapporto con le protagoniste?

“La lunga frequentazione senza la camera ha dato vita a un rapporto di confidenza e complicità femminile che si è rivelato prezioso in fase di ripresa: Nadea, Sveta e le persone intorno a loro si muovono con serenità e naturalezza singolari davanti alla camera, essendosi assuefatte a una presenza esterna e avendo accordato fiducia al progetto. La collaborazione di una troupe molto piccola e per lo più femminile è stata altresì fondamentale nel consolidare l’affiatamento iniziale, conciliando una suggestiva combinazione di prossimità ai soggetti e invisibilità della camera”.

Mercoledì 13 Febbraio alle 18.30 Nadea e Sveta sarà proiettato al Cinema Lumière nella rassegna Cinema indipendente a cui la Cineteca dedica una doppia tenitura settimanale, una forma di sostegno distributivo che continua ad esistere al di fuori delle grandi produzioni e dei budget alti e medi, che nei casi migliori vede la propria qualità riconosciuta nei festival internazionali, e che poi, anche nei casi migliori, si trova sbarrata la strada per una vera distribuzione.