Sono cresciuto nell’odio. Nell’odio per l’Occidente, i cristiani, gli ebrei, gli Stati Uniti d’America. Sono cresciuto credendo che contasse soltanto imporsi, affermarsi, se necessario annientando i propri nemici. Nessuno mi ha mai detto che esisteva un’altra possibilità: porgere l’altra guancia, rispondere alla sete di potere e affermazione, di distruzione e odio, con la loro antitesi, l’amore. Sono passati parecchi anni dal 13 maggio 1981, giorno in cui ho sparato al Papa in piazza San Pietro. Trentadue per l’esattezza, trenta dei quali li ho trascorsi in carcere, fino al 2000 in Italia, a Roma, nelle prigioni di Rebibbia e Regina Coeli, poi ad Ascoli Piceno e ad Ancona. Nel 2000 ho ottenuto la grazia e, quindi, l’estradizione in Turchia. Ma anche lì ho dovuto saldare i conti con la giustizia, fino al 2010, l’anno della liberazione. Nel carcere di Istanbul ho scontato la pena per una sentenza del 1980 che mi riconosceva colpevole dell’assassinio di Abdi Pekçi, direttore del quotidiano liberale Milliyet , ucciso il 1° febbraio 1979. In realtà non ero stato io a sparare. Era stato il mio amico appartenente ai Lupi grigi, Oral Çelik. Io avevo fatto soltanto da palo.

1983. L’inaspettata visita del pontefice. Certo, è vero, avevo partecipato anch’io all’organizzazione dell’omicidio. Ma non avevo sparato. Un uomo ci può mettere anni a capire di aver sbagliato. La conversione, chiamiamola pure così, può essere molto lenta, una goccia che cadendo sempre nello stesso punto riesce a intaccare anche la scorza più dura. Anche per me è stato un cambiamento di sguardo e di prospettiva lento, maturato nei lunghi anni in cui sono stato costretto alla detenzione. Eppure questo cambiamento ha avuto un inizio. C’è stato un giorno, un’ora, perfino un minuto preciso nel quale la metamorfosi è cominciata. Il 27 dicembre 1983 uno spillo bucò quasi impercettibilmente l’enorme massa di odio che avevo dentro. L’odio, quell’odio cieco che chiede solo morte, ha impiegato poi anni ad andarsene del tutto. Eppure il miracolo è stato possibile, e lo è stato grazie a quella puntura, a quello spillo invisibile. Quel giorno, mentre ero rinchiuso in una cella d’isolamento del carcere di Rebibbia, dopo il tentato omicidio a Giovanni Paolo II, un secondino ha aperto lo spioncino della porta blindata e si è rivolto a me. “Mehmet Ali Agca, preparati. Una persona ha chiesto di vederti”. Non conosco nessuno in Italia. Nessuno ha mai chiesto di me. “Chi è?”, chiedo incredulo. “È lui, Ali”. “Lui chi?”.

1980. “L’Iran e Khomeini mi attendono”. La bella Igdir mi accoglie fra i suoi antichi palazzi. Dopo ore di autostop e passaggi improvvisati arrivo in una delle città turche più a oriente, a un passo dal confine armeno e iraniano, cinquanta chilometri a nord di Dogubeyazit, in mezzo a una vasta pianura dove crescono inaspettatamente copiosi frutteti e campi di cotone. È qui che cerco ristoro prima di fare ingresso nel paese di Khomeini. Igdir è importante per la Turchia ma anche per il mondo giudaico. È l’Antico Testamento a riportare che, quando le acque del Diluvio si ritirarono, Noè e la sua famiglia, scendendo dal monte Agri (Ararat), giunsero nella sua fertile vallata. Qui la discendenza di Noè mise radici, stabilendosi a sud e a ovest, lungo i fiumi Dicle (Tigri) e Firat (Eufrate), dando vita a quella che viene chiamata la seconda generazione umana. Vero o falso che sia il testo sacro di coloro che per me sono ancora gli infedeli giudei e cristiani, resta il fatto che è da questa pianura che si gode la visuale più bella del monte Agri. E ma la godo, questa vista, prima di fare il grande salto. Queste montagne sanno di storia. Queste valli profumano di sacro, di cose antiche gradite a Dio. E io mi sento immerso in questi luoghi, come un figlio prediletto designato a un grande compito. Aspetto che l’Iran mi mandi una guida, qualcuno di fidato per attraversare il confine. So che Mehdi Pur è persona influente. Senza dubbio ha già comunicato a chi di dovere il mio arrivo. (…) Dopo venti giorni finalmente arrivo a Teheran. È ormai la fine di gennaio. Vengo ospitato in una lussuosa villa a nord della città, in un quartiere d’élite che prima dell’arrivo di Khomeini era abitato da sporchi burocrati statali. Dopo qualche giorno di gran gozzovigliare, cibo, bere e tanto riposo, fa il suo ingresso nella mia villa l’uomo che addirittura più dell’imam Mehdi Pur si rivelerà essere importante e decisivo per la mia esistenza: Mohsen Rezai. Ha solo 25 anni. È il pupillo dell’ayatollah Khomeini. (…)

di Mehmet Ali Agca dal libro: “Mi avevano promesso il paradiso” edito da Chiarelettere