Che cosa agisce a livello simbolico quando si compie un atto di violenza contro una donna? Qual è “la posta” in gioco? Le discriminazioni e le violenze, le disuguaglianze del mondo sono difficili e faticose da denunciare. La voce che si leva deve superare muri di gomma perché collettivamente ci sono anche forze ostili che vogliono mettere a tacere la  coscienza.  Ma quando si tratta di violenza sulle donne la denuncia diviene spesso una sfida più ardua. La cultura millenaria che ha sempre collocato le donne in una situazione di  sudditanza nei confronti degli uomini rema contro. Il potere è una energia che difende la propria esistenza e lo fa attraverso le azioni consapevoli ed inconsapevoli di uomini e donne che lo  riconoscono.

Simona Giannangeli è l’avvocata del Centro Anti Violenza dell’Aquila che si è costituito parte civile nel processo contro Francesco Tuccia, il militare che era in servizio per il progetto “Strade sicure” ( a proposito delle raccomandazioni sulla “sicurezza” delle donne in strada) e che ridusse in fin di vita una giovane donna all’uscita da una discoteca, lasciandola esanime a terra come una cosa. Accadde lo scorso anno e quattro giorni fa il tribunale dell’Aquila ha emesso la sentenza:  Tuccia è stato condannato in primo grado ad otto anni di reclusione.

Dopo la sentenza le minacce all’avvocata che  ha trovato un biglietto sul parabrezza della sua auto, con poche righe dove oltre ad insulti (i soliti suvvia)  erano rivolte  intimidazioni per il suo lavoro al  Centro Anti Violenza: “Ti passerà la voglia di difendere le donne… guardati le spalle… questo territorio non è più un posto sicuro per te”. L’associazione nazionale D.i.Re e le donne del centro antiviolenza hanno manifestato solidarietà nei confronti dell’avvocata perché quelle parole sono un fatto gravissimo che rivela come la violenza contro le donne abbia un’origine culturale ed anche ideologica e confermano quello che il movimento delle donne denuncia da anni: la violenza nei confronti di una donna è una violenza nei confronti di tutte le donne, violando il corpo e la dignità di una donna si rivolge un messaggio a tutto il genere femminile e questo messaggio si chiama femminicidio.

Non staremo in silenzio è stata la risposta delle donne dei centri ad una azione nascosta dietro un anonimato vile e ripugnante che non deve essere in alcun modo sottovalutata.