“Io ammetto i miei errori: l’errore capitale, che considero tale, è stato quello di aver sciolto Alleanza Nazionale e far nascere il Pdl, senza tener conto che Berlusconi non avrebbe più avuto necessità di confrontarsi con noi”. Così Gianfranco Fini, ospite della web Tv del Fatto Quotidiano ha risposto al direttore Antonio Padellaro, che gli chiedeva degli errori del suo passato politico e degli anni di sostegno a Silvio Berlusconi.

Fini ha anche ricordato alcuni degli episodi del rapporto con Berlusconi, le cui difficoltà si presentano quasi subito, durante la transizione dal Movimento sociale ad An: “Io ero nella fase in cui era nata Alleanza Nazionale, a Verona c’era la conferenza programmatica e avevo chiuso il mio intervento, prima di dare la parola a Berlusconi, sulla necessità di superare le contrapposizioni del Novecento. E Berlusconi fece omaggio del Libro nero del Comunismo senza dirmi nulla, del tutto fuori contesto, mentre io tentavo con fatica di portare la destra oltre la contrapposizione ideologica”. Anche se è lo stesso Fini ad ammettere l’importanza, nel bene e nel male, della figura di Berlusconi nel passaggio storico dalla prima alla seconda Repubblica. “I soldi di Berlusconi – ha detto Fini – sono una componente, ma non è fondamentale: Berlusconi ha esercitato un certo fascino perché ha reso possibile una alternativa vincente alla ‘gioiosa macchina da guerra’ di Occhetto, anche senza la Democrazia Cristiana, aggiungendo dei richiami ancestrali”. 

Il presidente della Camera è tornato anche sulle parole dell’ex premier su Mussolini e “sull’errore delle leggi razziali”. “Non è che non ho voluto infierire – ha detto il leader di Fli – quello che ha detto Berlusconi credo che non necessiti di particolari commenti: prima di tutto per il luogo, il giorno della memoria non può essere occasione di elucubrazioni di alcun tipo. Non credo che lo abbia fatto per strizzare l’occhio a qualche elettore nostalgico. Probabilmente ha detto quello che ha detto senza pensarci troppo”.

Quanto alla campagna elettorale in corso, Fini si è mostrato fiducioso: “Il comandante sta con la sua truppa e combatte la sua battaglia” – ha detto –  spiegando perché non ha pensato di lasciare la politica. “Sarò un romantico – ha affermato – ma c’è anche un dovere verso coloro che, esplusi dal Pdl, non hanno alzato bandiera bianca”. Laconico invece il commento ai sondaggi che accompagnano la “ripresa” del Cavaliere nelle intenzioni di voto: “Anche i sondaggi sono strumenti di propaganda. Fra 25 giorni sapremo quale sarà il risultato delle elezioni”. Nota a parte per l’ex alleata di partito Angela Napoli, uscita dal partito tra le polemiche: “La rispetto – ha detto Fini – ma troppo spesso lancia il sasso e nasconde la mano, seminare il sospetto dicendo che ci sono ambienti collusi con la mafia è una cosa gravissima, e se è vero bisogna spiegare perché. Altrimenti è meglio astenersi”. Fini ha aggiunto: “Raramente riesce ad avere sostenitori perché è ossessivamente contro tutto e tutti. Ma il consenso si raccoglie anche cercando tenere insieme una squadra”.

Doverosa anche una risposta sul tema degli esodati, forse il lato più attaccabile della proposta dei centristi di Mario Monti, che nel suo governo si è trovato a fare i conti (letteralmente) ma senza riuscirci fino in fondo con il tema. “La questione – ha detto Fini – va affrontata partendo dalle valutazioni per le quali il numero di esodati sono stati molto maggiori di quelli programmati. Il mancato collegamento con i dati Inps ha creato una situazione di fronte alla quale intervenire per correggere l’errore perché non si possono tenere nel limbo tanti lavoratori che si sono trovati senza stipendio e senza pensione”. Il presidente della Camera ha anche espresso il suo sostegno ad una ipotesi di reddito minimo garantito, mentre si è detto “non affascinato” da una ipotesi di reddito di cittadinanza.

Domande anche sui temi che hanno visto il contributo di Gianfranco Fini come ministro nei primi anni del governo Berlusconi. A partire dalla legge Bossi-Fini sulla immigrazione e la legge Fini-Giovanardi sulle droghe. In particolare sulla prima, lo stesso Fini ha ammesso la necessità di un cambiamento: “E’ chiaro che oggi sei mesi per trovare un contratto di lavoro è un tempo così limitato da rendere necessario un prolungamento, dal momento in cui perdi il posto di lavoro al momento in cui ne trovi un altro. Quando abbiamo fatto la legge, un immigrato che perdeva il posto di lavoro in sei mesi ne trovava un altro”.