Lidia Menapace, senatrice a vita nel posto che fu di Rita Levi Montalcini. La proposta arriva dal basso, da donne, militanti e compagne delle tante lotte che hanno accompagnato la storia della partigiana e femminista classe 1924. “Ne sarei onorata”, dice a Bologna, in occasione della presentazione del suo ultimo libro A furor di popolo. A favore di questa possibilità, pesa la marea di firme di sostegno inviate in poche settimane da tutto il Paese. A lanciare la proposta dal sito Ilfattoquotidiano.it era stata la giornalista Monica Lanfranco. E tanti altri prima di lei con petizioni, raccolte firme e intermediazioni politiche.

“Ne sarei felicissima – dice l’intellettuale – sono molto grata a Monica. Lei ha raccolto questa idea che è stata lanciata da varie donne, da Campobasso fino a Udine, e credo sarebbe un’occasione importante per il nostro Paese”. Un’opportunità alle donne che nonostante siano numerose in numero ovunque nel mondo, continuano a non essere rappresentate. “Bisogna rimediare in qualche modo e quando possiamo dobbiamo far sentire che ci siamo”. Anche perché nella storia della Repubblica italiana, solo due altre donne hanno ricoperto la carica di senatrice a vita: Rita Levi Montalcini e Camilla Ravera.

La copertina del libro "A furor di popolo"

Nella lunga carriera di Lidia Menapace, c’era già stato un breve periodo in Senato. Eletta nel 2006 nelle file di Rifondazione comunista, stava per diventare presidente della Commissione per la difesa, ma le sue dichiarazioni contro le Frecce tricolori – “Solo in Italia vengono pagate con fondi pubblici. Le paghino i privati”, aveva detto a Trieste nel giugno 2006 dopo aver ricordato anche come le Frecce “inquinano e fanno rumore” – le fecero perdere il posto che andò invece al senatore dell’Italia dei valori Sergio De Gregorio, sostenuto dalla Casa delle libertà nella quale entrerà nel 2007 per poi diventare senatore del Pdl. Ora però la posta in palio è ancora più grande.

Un passato da staffetta partigiana, “anche se mai ho voluto toccare le armi”, e un presente in prima linea con pacifisti e femministe per la difesa di una politica che fatica a mantenere responsabilità e onestà. “Non vedo tanto bene questa situazione pre-elettorale, – dice l’intellettuale – Io voterò per Antonio Ingroia, credo che sia un tentativo di unire la sinistra non riformista”. Non ha dubbi Lidia Menapace, sicura che ci sia un gruppo di sinistra non riformista che ha bisogno di stare in parlamento: “Non ho antipatia personale per Pier Luigi Bersani, è un tipico emiliano riformista. Se le riforme fossero possibili, sarebbe il miglior presidente del consiglio. Solo che le riforme non si possono più fare”. E nel caos di una destra e sinistra allo sbando, l’intellettuale chiede di essere presente con proposte e idee concrete: “Ingroia non è la soluzione e l’idea che una lista porti il nome di un solo leader è personalistica. Però l’ex pm mette insieme una parte di sinistra dispersa che deve avere un ruolo in parlamento. Non è vero che non c’è più sinistra o destra: dirlo è tipicamente di destra. Un’idea da osteggiare”.

Monica Lanfranco e Rosangela Pesenti hanno inserito Lidia Menapace nell’Enciclopedia della donne, definendola “un’anticipatrice”. Di lei si ricorda il non essere dottrinale o dogmatica, il suo comunismo e femminismo oltre le righe, ma sempre dentro i principi. Il pensiero va a quelle giovani donne che, in un periodo di grave crisi economica, vengono messe in disparte. “La lotta è ancora lunga. – ricorda la partigiana – Nei paesi formalmente democratici, non si può più escludere un genere da alcuni diritti. Bisogna però stare attenti. Conviene buttarsi al massimo nelle lotte paritarie. Cominciare a protestare subito se le bambine hanno minor accesso all’istruzione o se si chiede alle donne di stare in casa a occuparsi della famiglia. Quello che abbiamo ottenuto è troppo recente, fa fatica a durare”.

Viaggiatrice e pacifista della scuola di Rosa Luxenbourg ha una lunga produzione tra libri, riviste e riflessioni. Ha scritto d’un fiato il libro “A furor di popolo”, anche se avrebbe preferito non finirlo mai: “Chiudere un libro è sempre così difficile, tornano le idee e la voglia di continuare a riflettere. Questo non è un commiato, ma una scommessa. Vorrei che fosse uno scambio di idee su cui poter ritornare. Una chiacchierata tra amici”.