Con la morte di Rita Levi Montalcini c’è un posto vuoto tra i senatori a vita in Parlamento. Ha fatto bene Fausto Bertinotti a scrivere al presidente Giorgio Napolitano indicando per quel posto il nome di Marco Pannella. Pur essendo spesso in disaccordo, nella storia recente, con molte delle posizioni politiche dell’esponente radicale (per esempio rispetto alla sua visione dell’economia, o anche per le scelte di apparentamento politico) penso che la libertà delle donne e degli uomini in questo paese sia stata costruita anche e soprattutto con il contributo delle lotte dei radicali: Faccio, Aglietta, Pannella e Bonino in prima fila. Diritti civili e laicità, costantemente in bilico o messi in pericolo in Italia dal fondamentalismo cattolico, sono stati difesi e indicati come priorità anche da questi instancabili attivisti.

Dal momento che è facoltà del presidente della Repubblica fare questa nomina e che nella storia italiana oltre alla Montalcini solo un’altra donna, Camilla Ravera, ha fin qui ricoperto questa carica sta partendo dai social network una campagna affinché un’altra protagonista della storia delle libertà delle donne e della democrazia abbia questo riconoscimento: Lidia Menapace. Non è la prima volta.

Sarebbe, per esattezza, la terza, nel giro di qualche anno, in cui si chiede che Lidia Menapace sia nominata senatrice a vita: petizioni, raccolte di firme, mediazioni politiche attraverso interlocuzioni di parlamentari furono fatte in precedenza durante i settennati di Scalfaro e di Ciampi, ma senza esito.

Classe 1924, partigiana senza armi per scelta, di origine cattolica, fondatrice de “Il manifesto”, femminista e comunista mai dottrinale e dogmatica, è, come scritto da me e da Rosangela Pesenti nella voce a lei dedicata sull’Enciclopedia delle donne, un’anticipatrice. Ed è veramente difficile riassumere il pensiero, il lavoro teorico e le pratiche suggerite e regalate per oltre sessant’anni da un’attivista femminista quale è Lidia Menapace.

E’ stata la prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo. Nella prefazione al mio libro “Parole per giovani donne”, (ed. M. Solfanelli, 1993) sul perché fosse così complicato dire ‘uomini e donne’ invece che usare il presunto neutro ‘uomini’ Lidia afferma: ”Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare a essere dette con il proprio nome di genere”. Ci ha regalato la definizione più suggestiva del movimento delle donne osservando che è “carsico come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza”. Suo lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”.

Negli anni dirompenti del movimento femminista ha suggerito il riconoscimento come fondamento della relazione politica tra donne, ricordando che “il processo della conoscenza-riconoscimento-riconoscenza non è né meccanico, né facile: richiede volontà, efficacia e anche strumenti, persino istituzioni ad hoc” e successivamente ha proposto la Convenzione, cioè un patto paritario per comuni convenienze, come forma politica per la costruzione di pratiche e azioni condivise, efficace senza essere mortificante per la molteplice soggettività propria dell’essere donna e del Movimento stesso.

Nel suo “Economia politica della differenza sessuale” (1987) ha proposto una riflessione teorica intorno all’economia della riproduzione, declinata nelle specificità biologica, domestica e sociale, che troppo spesso viene ancora genericamente definita ‘lavoro di cura’, mentre, osserva puntualmente Lidia, la cura è il modo senza il quale non si realizza il lavoro stesso.

Non solo molti libri: la sua produzione è diffusa, e talvolta dispersa, in una miriade di giornali, riviste, pubblicazioni. Questo per la sua disponibilità ad essere presente nell’accadere delle cose, nel tempo vissuto dei vari collettivi umani che la considerano una maestra, ma anche perché, lontana da ogni vezzo accademico, considera la forma ‘occasionale’ dei suoi scritti parte integrante della sua stessa elaborazione teorica. Instancabile viaggiatrice, è sempre stata disponibile a raggiungere i più remoti gruppi in ogni parte d’Italia, e generosa nel diffondere il patrimonio della sua esperienza. Attivamente pacifista ha proposto la scuola politica sotto l’egida di Rosa Luxembourg, figura storica snobbata sia dai partiti a sinistra come da buona parte del femminismo che invece Menapace ha non solo riscoperto ma anche attualizzato, arrivando a scoprirne le radici protoecologiste.

Lidia Menapace è probabilmente la miglior testimonianza di come il paese nel suo complesso, e la sinistra in particolare, non sappia valorizzare i suoi talenti: per oltre 20 anni, con raccolte di firme e petizioni, si è cercato senza successo di farla eleggere in Parlamento, a cominciare dal Pci dell’epoca della Carta delle donne di Livia Turco.

Una enorme quantità di firme sono state raccolte sia per la sua elezione parlamentare sia per la sua nomina come senatrice a vita, anche in questo caso senza successo.

La sua breve permanenza in Senato (eletta nelle liste di Rifondazione comunista), già ottantenne, è raccontata da lei stessa in una raccolta di lettere, dal titolo “Lettere dal palazzo”, edito da Marea così come la sua ultima fatica, la raccolta di articoli “A furor di popolo”.

“Sono convinta che una nuova strumentazione politica teorica possa muovere non da cattedre, bensì da tavole, non da scranni, bensì da incontri conviviali”, scrive Lidia nell’introduzione del suo ultimo libro. E ancora: “Molto mi ha giovato la lettura dei testi che le donne vengono scrivendo e pubblicando, ma più ancora – sto per dire – il poterle incontrare, il parlarsi di persona, vedere volti e gesti, inflessioni di voce e timbro di sorriso, sentire quanta parte della ricerca è andata persa per circostanze varie, quali orizzonti apre, quali motivazioni ha avuto”.

In centinaia, tra chi l’ha conosciuta e amata, cittadine e cittadini di questo Paese stanno, dal basso e con vigore, chiedendo che questa splendida ultraottantenne che tanto ha dato possa avere questo giusto e tardivo riconoscimento. Molte tra quelle che già in precedenza lo chiesero stanno invecchiando a loro volta. Sarà la volta buona?