Andremo a votare con il Porcellum, senza poter scegliere i candidati. Eleggeremo un migliaio di parlamentari, come sempre. La sinistra ripropone qualcosa che molto assomiglia al governo dell’Unione, già miseramente fallito con Prodi nel 2006-2008. La destra ripropone Berlusconi, il demagogo che ha occupato la scena degli ultimi 20 anni. Il centro ripropone una rivisitazione di quello che è stato il prodotto migliore che ha saputo estrarre nella storia, una piccola Dc, nobilitata e abbellita dal marchio Monti. Alla Camera, chi sceglierà Monti dovrà tenersi Casini e Fini, con tutto il seguito di vecchie glorie della seconda Repubblica. Al Senato, il governo starà in piedi perché tra Monti e Bersani il patto è già stato siglato e pianificato, in barba ad un eventuale consenso popolare di segno opposto che non è previsto. Perché non può che andare così, come stabilito.

E’ tutto già scritto. Anche che il prossimo esecutivo durerà poco, forse un anno, forse un anno e mezzo. Poi saremo chiamati nuovamente a votare. Chissà in che clima, chissà con quale disastro tutto intorno. Chissà. Il quadro di oggi, comunque, è questo. Non lo diciamo noi, lo dicono i più illustri politologi e sondaggisti sul campo. Proprio ieri, il professor D’Alimonte, nella consueta rubrica sul Sole 24 ore, si è spinto persino a quantificare quanti senatori centristi serviranno a Bersani per tenere in piedi il prossimo esecutivo: nove. Non uno di più, non uno di meno. Calcoli già fatti in modo minuzioso. Come in modo assolutamente certosino è stata composta la scacchiera delle liste di tutti i partiti. Persino di quelli che aspirano all’alloro di “miglior perdente” della partita elettorale, un “traguardo” ambito, che grazie al “porcellum” gli consentirà di portare a casa comunque almeno sei, sette deputati e un paio di senatori (se almeno in una regione supereranno il 3%). La domanda, dunque, è più che mai lecita: ha davvero un senso andare a votare?

Giorgio Gaber, in una tra le sue più importanti canzoni, assimilava la libertà sociale alla partecipazione, ma ci sono volte in cui far mancare, attraverso l’astensione, il proprio consenso, può rappresentare un atto più alto, più coraggioso, senz’altro più forte e per questo, inevitabilmente criticabile (su questo si basava il Saggio sulla Lucidità di Jose Saramago). Da qualche parte si vede comunque cominciare a far capire che la misura è colma. Che serve un vero rinnovamento. Che questa classe politica non vuole concedere, ancorata a rendite di posizione anacronistiche nel mondo di oggi, ma garantire da una legge elettorale che consente esattamente questo, la conservazione del sistema. Bersani dice in questi giorni, per guadagnare voti, che la prima cosa che farà sarà quella di cambiare la legge elettorale. Ma se è stato proprio il Pd (con la complicità del Pdl, per carità) a far naufragare il tentativo di cambiamento che ha tenuto in piedi il teatrino politico anche durante la prima estate montiana sotto l’onda anomala dello spread.

Chi non vota, alle prossime elezioni, può averne le scatole piene di Berlusconi, o degli antiberlusconiani. Può aver capito, con Mencken, che “in democrazia, un partito dedica sempre il grosso delle proprie energie a cercare di dimostrare che l’altro partito è inadatto a governare; e in genere tutti e due ci riescono, e hanno ragione”. Può decidere che non basta qualche schiarita a rassicurarlo sull’onestà dei suoi governanti. Il popolo degli astenuti è una maggioranza silenziosa che, per sua natura, non protesta, non va in strada, non conta in sostanza niente. Ma è lei che stabilisce chi vince le elezioni e chi governa il Paese. E’ essa il corpo, il sangue, la pancia e lo spirito della nazione. Bisognerebbe che i partiti ci ragionassero a lungo, ma sono troppo impegnati, come sempre, ad occupare poltrone e potere. Con la legittimazione di un voto che di libero, ormai, ha solo il gesto di mettere la scheda nell’urna.