Chi non c’è mai stato, non può capire. Chi non ha mai varcato le porte di Muccassassina, spesso ne ha una visione distorta, dettata da leggende metropolitane e cliché. Eppure, nonostante una stampa originariamente negativa, oggi la serata gay e gayfriendly della capitale è ultra-cool.

Il venerdì sera migliaia di persone varcano una soglia ideale che separa la vita reale da un enorme paese dei balocchi fatto non di sesso e turpitudini ma di divertimento allo stato puro, cazzeggio totale. L’epopea di Mucca racconta migliaia di storie diverse tra loro, a volte opposte; raccoglie in sé tutta la gamma di froci e frociaroli che somiglia davvero a uno spettro infinito di colori. Checche, orsi, favolose, travestiti, marchette, studenti, fisicati, zoccole e nerd: c’è di tutto, non manca davvero nulla di quel panorama ampissimo che è l’universo LGBT.

L’errore dell’opinione pubblica sta tutto lì, nel considerare tutti i gay una cosa sola: froci, punto e basta, senza distinzione alcuna, senza capire che, come ogni gruppo umano, anche loro sono diversi, variegati, a volte antitetici. C’è il diciottenne strizzato in jeans skinny e con le sopracciglia ad ala di gabbiano che shakera il culo, insieme al trentenne un po’ grunge, trasandato, che vive a San Lorenzo e se ne fotte delle mode. Ecco, fuori da Muccassassina, gay o etero non importa, questi diversi tipi umani vivono le loro vite parallele senza incontrarsi mai.

Sul dancefloor più rainbow d’Italia, invece, convivono benissimo, proprio perché appena varchi quella porta, appena ti timbrano sulla mano destra il marchio gaio (razzismo al contrario: ti fa anche risparmiare sul biglietto di ingresso), tutto cambia. Non sei più tu, sei un ingranaggio spensierato e consapevole di un meccanismo dell’intrattenimento che non conosce inceppamenti, che funziona alla perfezione da vent’anni.
Chi non c’è mai stato, dicevamo all’inizio, non capisce e pensa che le sale del Qube siano l’equivalente gay del Bunga Bunga. Tocca smontare queste leggende: sulle piste di Muccassassina si balla, ci si dimena, si “sfrocia” (verbo più utilizzato dello slang omosessuale), ma non si scopa. Non lì, perlomeno. Perché al primo piano esiste una vasta e accogliente dark room, dove si consumano rapporti sessuali fugaci e anonimi, squallidi e sudati, ma che sono parte integrante, almeno per alcuni, di un rito settimanale che ha la sua liturgia. Ci sono centinaia di locali “etero” che offrono simili optional, quindi bando al moralismo, per carità. Sono nati amori, su quei divanetti. Così come storiacce di sesso fugace, orge e tradimenti colpevoli. Per fortuna.

Mucca è uno stato mentale, un’esperienza ultraterrena, un non-luogo, un posto che gode di una extraterritorialità che non vuol dire deroga alle regole del vivere civile, ma semplicemente abbattimento di ogni sovrastruttura sessuale, sociale, culturale ed economica che fuori di lì assegna ognuno di noi al proprio compartimento stagno, vietandoci di interagire con chi appartiene a un altro “settore” della società. A Mucca c’è il vip, il giornalista televisivo, il cantante di ritorno da Sanremo che si rituffa in quel brodo primordiale che lo aveva visto crescere dal punto di vista sociale e sessuale, c’è l’etero “curioso” (bizzarra espressione lessicale che designa chi non disdegna, di tanto in tanto, un’escursione fuoripista), e c’è l’etero duro e puro, che a Mucca va perché sa che i gay sono sempre circondati da ragazze di bell’aspetto, prede succulente di un venerdì sera senza troppa concorrenza.

Ma Muccassassina è anche impegno, politico e sociale. Al primo piano si trovano sempre i banchetti del Circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli”, organizzatore della serata, che distribuiscono opuscoli e profilattici. E ci sono i volontari del “Mieli” che si sbattono per ore affinché la macchina funzioni senza sbavature. Non è l’oratorio, sia ben chiaro. Non è una serata per dame di San Vincenzo. È semplicemente un appuntamento imperdibile: giovedì gnocchi, sabato trippa e venerdì MUCCA. Punto.

E quest’esperienza coraggiosa, che vent’anni fa era pionieristica, oggi è leggenda. Un mito godereccio che è anche segno dei mutamenti sociali del nostro paese. Se vent’anni fa chi andava a Mucca era considerato un pervertito deviato, oggi si sgomita per entrare al Qube. Non è solo una questione di mode, ma di mentalità. Froci, etero, confusi. Il venerdì sono tutti lì, a compiere il settimanale pellegrinaggio in quello che potremmo definire il Vaticano gay del nostro paese. Un luogo sacro che continuerà chissà ancora per quanto tempo a ospitare le diversità, a proteggerle dal mondo esterno e a far vivere loro un’esperienza altra, sul dancefloor di Mucca, tra froci e frociaroli, scordandoci di chi va con le donne, con gli uomini, con tutti e due, chi lo sa e chi deve ancora scoprirlo.
È Muccassassina, bellezza.