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I soldati morti in Iran fanno montare la protesta interna contro la guerra di Trump a Teheran: “Non ha ancora detto agli americani cosa sta succedendo”

Cresce il numero dei soldati che tornano a casa in una bara. E cresce la frustrazione dell’opinione pubblica. Cresce l’insofferenza nei confronti della guerra. Cresce la richiesta di deporre le armi
I soldati morti in Iran fanno montare la protesta interna contro la guerra di Trump a Teheran: “Non ha ancora detto agli americani cosa sta succedendo”
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Sacrificio? Ma di che c… stai parlando?”. Marjorie Taylor Greene, ex deputata della Georgia ed ex fan di Donald Trump, è ormai da tempo entrata nella schiera dei critici più feroci dell’amministrazione. È però senza precedenti lo sdegno con cui Greene ha risposto su X a un post in cui il segretario alla difesa Pete Hegseth affermava che il “sacrificio” dei soldati morti nella guerra in Iran non fa altro che “rafforzare la nostra determinazione”. Hegseth non è peraltro il solo, in queste ore, a suscitare risposte indignate. Non è piaciuta la nonchalance con cui Trump ha reagito sabato all’uccisione dei due soldati americani – 25 e 19 anni – in una base Usa in Giordania. Il presidente, che in quel momento stava giocando a golf, ha commentato: “È una cosa molto triste”. John Harwood, ex giornalista CNN, non si è trattenuto e ha risposto che Trump dovrebbe spiegare agli americani le ragioni della guerra in Iran, “se solo fosse una persona sana e decente”.

Sono al momento diciassette i soldati americani uccisi nel corso del conflitto in Medio Oriente e negli Stati Uniti succede quello che è successo in altre guerre del recente passato. Cresce il numero dei soldati che tornano a casa in una bara. E cresce la frustrazione dell’opinione pubblica. Cresce l’insofferenza nei confronti della guerra. Cresce la richiesta di deporre le armi. L’umore generale è stato ben riassunto in un pezzo di Tom Nichols per The Atlantic: “Trump sembra non capire che l’Iran ha una soglia del dolore più alta dell’America. Altre due morti non sono semplicemente ‘una cosa molto triste’… Prima che un altro membro delle forze armate statunitensi perda la vita, il presidente dovrebbe tornare in televisione – e presentarsi davanti al Congresso – per spiegare cosa sta facendo in Iran e quante altre vite è disposto a rischiare”.

Non è in effetti chiaro se l’amministrazione abbia calcolato quante vite americane è disposta a sacrificare nel conflitto. L’impressione è che, come molte altri aspetti di una guerra che si pensava veloce e risolutiva, la cosa non sia stata davvero approfondita. A questo punto non si tratta però più soltanto del prezzo della benzina che cresce. A questo punto si tratta di giovani americani che perdono la vita sui campi di battaglia e di altri che la rischiano quotidianamente. Ha suscitato preoccupazione tra molti deputati e senatori la notizia che il Pentagono non ha reso pubblico il numero di soldati feriti nel corso di tre attacchi iraniani a basi americane in Giordania. È vero che il Dipartimento alla difesa non ha l’obbligo di informare sui feriti, soprattutto quando questi tornano velocemente a prestare servizio. Ma il silenzio dei vertici militari non fa che alimentare il sospetto di un conflitto gestito in totale segretezza, senza limiti e controlli.

Dall’inizio della guerra contro l’Iran, il 28 febbraio, Trump non è andato una sola volta in TV, o al Congresso, per spiegare agli americani cosa vuole e come pensa di far finire il conflitto. Anzi, la Casa Bianca ha fatto di tutto per evitare che proprio il Congresso limitasse i poteri di guerra del presidente. Gli obiettivi dell’offensiva sono apparsi singolarmente vaghi, spesso soggetti all’umore e alle battute estemporanee di Trump. Si è passati dalla distruzione del nucleare iraniano alla cancellazione dell’arsenale missilistico di Teheran al regime change alla rivolta popolare degli iraniani. L’assenza di una strategia chiara ha alla fine suscitato un generale sconcerto. “Il presidente non ha ancora detto agli americani cosa sta succedendo”, lamentava a fine giugno il senatore repubblicano della Louisiana, Bill Cassidy. Sono passate altre settimane e le cose non sono cambiate. Gli Stati Uniti hanno ripreso l’offensiva militare ma non si sa per fare cosa. Per riaprire lo Stretto di Hormuz? Per costringere gli iraniani a non sviluppare futuri piani nucleari? Per bloccare gli attacchi di Teheran alle nazioni vicine? Appunto, non si sa. L’unica certezza è che aumenta il numero di soldati, alcuni poco più che adolescenti, che perdono la vita sul campo di battaglia.

Quei morti vengono ora invocati per andare avanti nella guerra. La nona notte consecutiva di attacchi americani all’Iran è stata giustificata da Trump proprio come un modo per “onorare” i soldati uccisi. “Li abbiamo colpiti in modo davvero duro stanotte”, ha detto il presidente. Quei morti cominciano però – per i media, per gli americani – ad avere nomi, volti e storie: Tyler James Feehan, 25 anni; Isabella Gonzales, 19 anni; John Klinner, 33 anni; Ariana Savino, 31 anni; Tyler Simmons, 28 anni e così via. Ognuno di quei morti è tornato o sta tornando nei luoghi d’origine, in bare di legno chiaro ricoperte dalle bandiere a stelle e strisce. Ognuno di quei morti è anche un vuoto, scavato nell’esistenza di famiglie e comunità, ed è improbabile che quel vuoto possa essere colmato da un presidente che si dice “triste”, uscendo da un campo da golf. “È sorprendente che non abbiamo avuto più vittime” ha detto il senatore democratico Mark Warner, alludendo alla possibilità che il numero di morti, tra i soldati americani, possa aumentare. Sono proprio quei morti, insieme a una strategia che non si è mai davvero concretizzata, a proiettare ora le ombre più lugubri sulla guerra di Trump all’Iran.

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