Un consigliere regionale del Pdl in carica, l’ex sindaco – anche lui Pdl – di Parma, imprenditori, nani, giornalisti e ballerine. Un giro di malaffare che risparmia poche persone. Ma soprattutto, il gruppo di potere del Pdl che, quando il sistema inizia a scricchiolare, chiede aiuto a Gianni Letta, Angelino Alfano e Niccolò Ghedini. Vignali si spinge anche più in là: attraverso Nadia Macrì, oggi “assunta” in un night club di Livorno, cerca di riagganciare i contatti con Berlusconi che si erano sfilacciati. 

Questi i particolari dell’inchiesta Public Money, che alle prime ore dell’alba ha fatto scattare gli arresti domiciliari per l’ex primo cittadino Vignali, il consigliere regionale Pdl e vicepresidente Iren Luigi Giuseppe Villani, l’ex amministratore della società partecipata Stt Andrea Costa e l’imprenditore edile ed editore del quotidiano locale Polis Angelo Buzzi, che è anche presidente di Iren Emilia. Nomi molto conosciuti a livello locale a cui si aggiungono 17 indagati che ruotavano intorno al “sistema Parma” che provoca l’ennesimo terremoto nella città che deve far fronte a quel miliardo di euro in debiti che da oggi sappiamo, almeno in parte, dove finirono. Nelle tasche di Vignali, nelle intercettazioni dove veniva chiamato addirittura il “papa”.

“Un sistema di potere pernicioso e insidioso – come lo ha definito il comandante della Guardia di finanza Guido Maria Geremia – finalizzato al controllo della spesa pubblica per interessi personali”. Le indagini sono partite da elementi emersi nell’ambito dell’inchiesta Green Money, sono stati degli ex dirigenti del Comune arrestati nel 2011 a collaborare con gli inquirenti e a portare alla luce la politica portata avanti negli ultimi anni dal governo di centrodestra a Parma. La richiesta di arresto con misura cautelare in carcere era stata presentata dalla Procura a fine luglio, ma solo mercoledì mattina è scattata l’ordinanza firmata dal gip Maria Cristina Sarli, dopo più di sei mesi di indagini sull’operato delle persone coinvolte.

“Quello che è emerso è una serie di illeciti che facevano capo al gruppo di riferimento composto da Villani, Vignali e Costa – ha spiegato il procuratore capo Gerardo Laguardia – che grazie alla collaborazione con dirigenti pubblici posizionati in ruoli chiave portavano vantaggi patrimoniali e non a scapito della comunità”. Il procuratore ha parlato di “totale spregiudicatezza dei tre principali indagati nella convinzione di impunità che ha portato il Comune alle soglie del tracollo, violando il patto di stabilità e cedendo credito bancario facendo leva sul potere creato”.

Tutto ruotava intorno al sindaco Pietro Vignali e quindi al sistema Parma, ma nell’inchiesta della Procura compaiono (anche se non sono indagati e non sono coinvolti direttamente) anche i nomi di rappresentanti politici nazionali come l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il sottosegretario Gianni Letta, l’ex ministro della Giustizia Angelino Alfano, il senatore Filippo Berselli e Niccolò Ghedini, a cui Villani e Vignali si rivolgevano direttamente o indirettamente per avere sostegno durante il mandato politico e dopo lo scoppio dello scandalo Green Money. In particolare, ha spiegato il procuratore Laguardia, “Vignali aveva stretto un rapporto diretto con Berlusconi grazie all’amicizia con Nadia Macrì”, una delle ragazze che aveva partecipato ai festini di Arcore. La giovane reggiana, che Vignali conosceva da tempo, è la persona chiave che fa conoscere e incontrare l’ex sindaco con Berlusconi. Il rapporto che lega Parma con i vertici del potere centrale si riscontra anche nei ripetuti attacchi da parte del senatore Berselli alla Procura di Parma dopo Green Money, sfociate nelle interrogazioni parlamentari e nella richiesta al ministro Alfano di ispezioni nella sede ducale, oltre alle accuse al pm Paola Dal Monte. A dimostrarlo ci sono le intercettazioni telefoniche: “Oggi scoppia la bomba” rassicura Villani al telefono con uno dei suoi, riferendosi alle interrogazioni di Berselli.

Solo un dettaglio nell’inchiesta in cui gli illeciti e i fatti si sommano alle accuse di peculato e corruzione. Grazie a un giro di appalti e società secondarie, nel 2007 la campagna elettorale di Vignali venne pagata con i soldi del Comune attraverso Enìa, che a sua volta li girava a Sws, un’altra società già finita nel mirino di Green Money 2. Enìa al tempo gestiva per il Comune l’appalto di global service per il verde pubblico, ma circa 600mila euro di quei soldi vennero destinati a promuovere la figura di Vignali attraverso santini e volantini elettorali. I soldi venivano girati da Enìa, Infomobility (altra società partecipata del Comune) e altre società riconducibili al Comune grazie alla collaborazione dei dirigenti e società del verde pubblico già finite nel mirino di Green Money.

A coprire il giro di denaro ci pensava Sws, che emetteva fatture per lavori mai svolti, tanto che pur essendo una piccola realtà, si calcola che dal 2007 al 2011 abbia fatturato 4,5 milioni di euro. Soldi utilizzati per la costituzione del movimento Parma Civica (che sosteneva la candidatura di Vignali), ma anche, in seguito, per la gestione del suo profilo Facebook: non solo venivano controllati i contenuti dei post pubblicati dal sindaco, ma anche i commenti dei “fan” erano in realtà pilotati attraverso persone che venivano pagate per scrivere cose positive sul conto del primo cittadino.

Vignali era “il papa”, come risulta da un’intercettazione ambientale, e tutto girava intorno a lui, che prendeva ogni decisione insieme al consigliere regionale ed ex coordinatore del Pdl provinciale Villani. Lo ricorda Ernesto Balisciano, ex amministratore di Sws finito in manette con Green Money, che ai soci di Sws ad un certo punto ricorda che “la società appartiene al Papa”, riferendosi appunto al sindaco. Tanto che per promuovere la sua figura gli inquirenti ipotizzano che dal 2007 al 2011 siano stati spesi circa 1,8 milioni di euro.

Del sistema faceva parte anche Iren (allora Enìa): gli addetti a illustrare ai cittadini la raccolta differenziata a casa ai cittadini, venivano istruiti per nominare Vignali almeno tre volte, con diverse possibilità di proseguire l’incontro a seconda delle reazioni dei parmigiani. Dalle intercettazioni risulta però che c’è un momento in cui Vignali si mette “contro” Iren, cercando di ostacolare la costruzione del termovalorizzatore con i ricorsi al Tar del 2011. “Tutto ai fini della campagna elettorale – spiega Laguardia – perché si aspettava di correre contro Vincenzo Bernazzoli, che era a favore dell’inceneritore”.

Il controllo e la valorizzazione dell’immagine di Vignali avveniva anche con l’assunzione di consulenti esperti, come Klaus Davi (che non è coinvolto nell’inchiesta), che procurava al sindaco interviste e spazi su quotidiani ed emittenti nazionali. Ma è soprattutto sulla stampa locale che si vedono i risultati più eclatanti. Ad un certo punto dell’amministrazione di Vignali, lo storico quotidiano cartaceo d’opposizione “Polis” cambia linea editoriale. Villani e Vignali, che chiamano il giornale “la spina nel fianco”, girano all’editore Buzzi 98mila euro attraverso la società guidata da Costa, Stt. In cambio il giornale cambia direttore e linea editoriale. E in cambio Buzzi ottiene un posto nel consiglio di Iren. Costa è indagato anche per peculato: come amministratore di Stt aveva sottoscritto un contratto con una società per uno studio di tracciabilità isotopica del vino utilizzato poi da Terra di Fiori, società di vini cui è amministratore.

Tra i 17 indagati c’è anche Marco Rosi, patron di Parma Cotto, che aveva pagato un hotel di lusso a Forte dei Marmi a Vignali in cambio di un regolamento scritto “ad personam” per i dehors di un esercizio di sua proprietà nel centro di Parma.

I documenti sequestrati e le intercettazioni dimostrano che Villani e Vignali interferivano in diversi settori della vita pubblica con nomine nelle fondazioni bancarie, nell’azienda di trasporto locale Tep, nelle partecipate, nell’Ente fiera di Parma, ma anche in quelle per il prefetto, per il questore di Parma e per il commissario prefettizio. Ai quattro arrestati sono stati sequestrati beni mobili e immobili per 3,5 milioni di euro, di cui 1,8 a Vignali (che aveva anche tentato dopo Green Money 2 un occultamento attraverso un commercialista), 1,3 a Costa, 163mila a Buzzi e 98mila a Villani.

Gli indagati sono, oltre a Vignali, Buzzi, Villani e Costa, il presidente del Parma Calcio Tommaso Ghirardi, gli ex dirigenti del Comune Emanuele Moruzzi e Carlo Iacovini, il presidente di Enìa Mauro Bertoli, l’ex presidente di Engioi Ernesto Balisciano, gli imprenditori Alessandro Forni e Norberto Mangiarotti, gli amministratori della società Sws Gian Vittorio Andreaus e Tommaso Mori, Alfonso Bove, il patron del Parmacotto Marco Rosi, gli ex ufficio stampa del Comune Alberto Monguidi e Aldo Torchiaro, l’ex ufficio stampa di Stt Lara Ampollini, Riccardo Ragni, Antonio Cenini, Danilo Cucchi e il presidente di Tep Tiziano Mauro.

di Emiliano Liuzzi e Silvia Bia