Sono le 16,37 nel salone degli sportelli della Banca nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano quando esplode una bomba che provoca una strage: 17 morti e oltre 100 feriti. L’attentato è “controllato” dai servizi segreti e realizzato dagli estremisti neri di Ordine nuovo.

E’ crudele pensare che, come e più delle riforme, siano gli atti terroristici a cambiare la storia di un Paese. Al telegiornale della sera si parlò del più grave atto di guerra avvenuto dopo la Liberazione. E come una guerra, quell’episodio ha lasciato il suo segno nell’immediato e negli anni. La strage fomenta le divisioni sociali, gli scontri di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine e tra opposte fazioni. Diventa il catalizzatore di focolai di violenza (anche nell’estrema sinistra) già sottotraccia.

Le indagini sociologiche, sulla base dei dati forniti dal ministero dell’Interno, ci dicono che l’83% degli atti di violenza compiuti dal 1969 al 1975 sono di marca neofascista. Qua sta l’origine complessa degli anni di piombo italiani che non finiscono mai, della successiva sfida allo Stato del terrorismo rosso che arriva fino ai primi anni Ottanta, con una intensità che non conosce paragoni rispetto alle analoghe ma brevi stagioni del terrorismo rosso in Francia e in Germania.

Piazza Fontana inaugura un tragico modello di tentativi di colpo di Stato e di successive stragi impunite (Piazza della Loggia e Treno Italicus nel 1974) o adirittura negate – fatte scambiare per incidente – come la strage del treno del Sole, il 22 luglio 1970 nei pressi di Gioia Tauro. E’ quella che con una fortunata formula giornalistica –divenuta categoria interprativa – gli inglesi dell’Observer nel dicembre 1969 definirono strategia della tensione. Le istituzioni costruiscono un capovolgimento di ruoli tra esecutori per addebitare comunque il peso dell’accaduto sulle sinistre.

Con un’altrettanto celebre definizione, Adriano Sofri ha parlato per piazza Fontana della strage dell’innocenza perduta. Agli anarchici viene inizialmente addossata la responsabilità, con le indagini pilotate dal ministero dell’Interno. Gli anarchici prima ancora che sia individuato un loro esponente, Pietro Valpreda come “utile colpevole”, nella conferenza stampa del 17 dicembre 1969 parlano di Strage di Stato che diventa anche il titolo di uno dei più venduti libri d’inchiesta del 1970.  Strage di stato: non solo si è appurato che i vertici dell’apparato statale ne erano coinvolti, ma giocoforza lo Stato si è rivelato incapace di giudicare sé stesso. In mezzo ci sono state le condanne per depistaggio ad alti ufficiali dei servizi segreti e a due esecutori: Vincenzo Vinciguerra perché reo confesso (Strage di Peteano maggio 1972) e Gianfranco Bertoli perché colto in flagrante (Strage alla questura di Milano (maggio 1973).

Piazza Fontana conosce anche l’iter giudiziario più lungo della storia repubblicana, diventerà la strage con i capelli bianchi e conoscerà il quinto, il sesto, il settimo processo per chiudersi con un’assoluzione collettiva il 13 ottobre 2005, ben 36 anni più tardi. Ma chi è stato, alla fine, i giudici ce lo dicono: la strage l’ha compiuta Ordine nuovo per quanto Franco Freda e Giovanni Ventura, indicati come responsabili, non sono più condannabili perché precedentemente assolti in via definitiva per lo stesso capo di imputazione.

Dopo la guerra fredda lo Stato cerca il suo tardivo riscatto, un recupero di credibilità nei confronti dei cittadini e di sé stesso. Viene istituita la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo e sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi (buona parte di quegli atti sono ora on line). Al contempo, parte la nuova inchiesta del giudice Guido Salvini che culmina con la stagione processuale che va dal 2001 al 2005.  La verità, le verità non sono mai così lineari come vorremmo. Nella pianificazione e nella gestione di questa strage entrano una moltitudine di soggetti (anche istituzionali) legati a disegni non convergenti. Le piste e le soffiate si spostano: bisogna guardare anche all’estero. L’esplosivo, tanto per cominciare, proviene da un deposito Nato.

Meno ci hanno detto, più bugie ci hanno raccontato e più si è stimolata la nostra voglia di sapere. Il dopo Piazza Fontana coincide anche con una delle stagioni più luminose del giornalismo d’inchiesta. Controinformazione, si chiamava allora, dettata dall’esigenza di non accettare acriticamente la versione delle autorità. Un baluardo di democrazia, non esente da errori e teoremi, ma un segnale forte di come la coscienza civile di un Paese non si sia voluta piegare agli ostacoli e alle minacce.