Egoisti narcisi, Peter pan incapaci di amore e generosità? Tutto il contrario: chi non ha figli accetta la più grande delle frustrazioni narcisistiche, esponendosi a una cronica mancanza di gratificazioni: magari per ragioni altruistiche, prendersi cura dei figli di altri; oppure ideali, per non sovrappopolare ulteriormente il pianeta.

In un pamphlet scritto a quattro mani, Senza figli. Una condizione umana (Cortina editore), i filosofi Duccio Demetrio e Francesca Rigotti, rispettivamente uomo senza figli e donna con quattro figli, riprendono le tesi della scrittrice e psicanalista francese Corinne Maier nel suo “No Kids. Quaranta ragioni per non avere figli“, edito in Italia da Bompiani nel 2008 (“Il figlio? Un fallo ambulante, un oggetto magnifico che ci riempie, un puro oggetto capitalistico”). Per lanciare, però, una provocazione di tono diverso: perché il libro non è né un manifesto del “childless pride“, né tantomeno una satira amara sulle spesso poco nobili gesta dei genitori, ma un’indagine sulle implicazioni filosofiche di un tema che “risveglia una marea di riflessioni sui limiti e le impotenze umane, sulle ferite segrete e palesi che tale assenza genera”.

“Non esiste una parola per dire qualcosa come “orfano” di figlio, una parola per un figlio morto o partito. Si può dire “vedovo” o “vedova”, e la casistica è già finita”. Oppure utilizzare un termine stigma, come “sterile, infecondo, sterile, freddo, spento, asciutto, vuoto”. Il vuoto lessicale, secondo i due autori, già racconta di una civiltà che neanche riesce a pensare chi i figli non li ha (pur avendo esempi illustri di eroi che non hanno avuto prole, come Cristo). Eppure le donne italiane – e pure gli uomini, mai citati nelle statistiche – non solo fanno figli più tardi, ma soprattutto ne fanno sempre meno. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat (2012), solo la metà delle attuali quarantenni ha avuto un secondo figlio, e circa il 10% ne ha avuto un terzo (mentre per le loro madri alla stessa età ben sette donne su dieci avevano il secondogenito e la metà anche un terzo figlio in più). Circa il 20% delle donne nate negli anni Settanta, inoltre, resterà senza figli.

Pur non subendo più antichi “ostracismi millenari” e anche se, finalmente, oggi non si fanno più figli solo “per obbedire ai dettami di una divinità, di un obbligo statale, di un’ingiunzione domestica”, essere senza figli è tutt’oggi considerato un problema, una condizione patologica da curare con una medicina violenta e invasiva. Al contrario, sostengono i due filosofi, la presenza di persone che restano senza figli, per scelta o necessità (o perché i figli a un certo punto se ne vanno per sempre) è persino terapeutica, perché segnala un vuoto che contrasta con “la civiltà della pienezza e della sazietà”.

Di fatto, le persone senza figli si fanno carico permanente delle nostre più grandi paure: quella della solitudine, accettando di andare incontro a una vecchiaia in cui a curarti saranno “volti estranei e anonimi, pagati probabilmente poco per questo”. E quella del lutto, “non per ciò che hai perso, ma per quanto non hai potuto conoscere”, in una società dove è sempre più difficile fare i conti con il tema della fine. “La mancanza di figli è un tatuaggio indelebile altrettanto vibrante da proteggere, senza fingere di poterlo raschiare via. È inutile andare a cercare qualche unguento, per dimenticarlo. Questa lacuna rappresenta la prova stessa della verità più autentica della nostra condizione umana. Condivisa, forse inconsapevolmente, da tutti i padri reali, mancati o simbolici del mondo”.