Questione di opportunità. Che si intreccia stabilmente con la sostanza. Soprattutto quando l’obiettivo da raggiungere è una legge elettorale che renda più agevole l’ascesa a Palazzo Chigi del segretario Pd, Pier Luigi Bersani. L’intesa sembra ormai alle porte in commissione Affari Costituzionali del Senato. E non tanto perché il presidente di palazzo Madama ha dato un secco ultimatum ai contendenti, annunciando di voler mettere al voto in aula un testo entro il 26 novembre. La svolta, in realtà, ci sarà solo lunedì mattina. Se Bersani vincerà al primo turno le primarie. Altrimenti bisognerà attendere ancora, fin dopo il ballottaggio.

Questione di opportunità, si diceva. Anzi, di spicciola convenienza. Che i bersaniani, a quanto sembra, non tentano neppure di mascherare. Se, insomma, Bersani vincerà al primo turno con un plebiscito di popolo, dentro la prossima legge elettorale potrà anche restare l’indicazione del premier e il premio di maggioranza potrà anche essere somministrato “a scaglioni”, ovvero con il “turbo ascensore”, come qualcuno ha voluto scherzosamente ribattezzare l’ennesima bozza Calderoli di riforma. Altrimenti, con un’affermazione di Renzi, tutto diventerà più complicato; qualcuno sospetta che il sindaco di Firenze, nel caso in cui si arrivi ad un ballottaggio alle primarie del centrosinistra, possa colpire Bersani con una pesante accusa di inciucio con il Pdl qualora si desse via libera alla riforma prima del secondo turno delle primarie: il boomerang mediatico, in effetti, sarebbe pesante. Ma non è solo questo il motivo dell’estremo temporeggiamento del leader Pd: Bersani vuole toccare con mano il livello di consenso non solo suo, ma anche del partito e dei contendenti in vista delle politiche. Le primarie, su questo fronte, sono meglio di qualsiasi sondaggio, uno spaccato della società reale e del vero bacino elettorale del centrosinistra su cui, poi, fare i conti serenamente.

Ecco perché, comunque, si dovrà attendere che i giochi siano chiari in casa Pd prima di poter fare qualunque calcolo reale sulla legge elettorale. Soprattutto oggi, poi, che con l’ingresso di Giorgio Napolitano nel dibattito al centro e sulla testa di Mario Monti che non potrà essere direttamente della partita, la questione elettorale la stanno giocando da vicino solo i prossimi, possibili, vincitori del match.

E non più, dunque, al Pdl. Che fino ad oggi ha fatto la voce grossa, attraverso Verdini e Quagliariello, specialmente sul premio di maggioranza, ovviamente per mettere i bastoni tra le ruote al Pd, ma ora, con i guai in via dell’Umiltà che stanno salendo in modo esponenziale, la questione della legge elettorale è stata momentaneamente derubricata. Certo, la nuova discesa in campo di Berlusconi con la sua Forza Italia 2.0 farà sì che a partire dalla prossima settimana gli sforzi di Verdini siano tutti puntati verso il mantenimento di un premio di maggioranza piuttosto basso per favorire la cosidetta “grande coalizione”, in modo che Pdl e nuova Forza Italia continuino ad avere voce in capitolo anche all’interno della maggioranza futura, ma chissà con quale possibilità di successo.

Calderoli, però, intanto lavora. Anche (e soprattutto) per il Pdl. E dopo aver abortito un “Porcellunim” e un “Mattarellinum”, ma anche un “Provincellum”, adesso pare essersi specializzato in attrezzature pesanti da ascensione. L’ultima creatura di questo vulcanico leghista che pare necessario alla Repubblica molto più dei suoi compagni di partito (e della Lega stessa, viste le ultime affermazioni parlamentari sul ddl diffamazione) l’hanno ribattezzata “turbo ascensore”, ma già qualcuno sommessamente suggerisce di chiamarla “Vertigo”, anche in omaggio al re del giallo Alfred Hitchcock e per i diversi livelli di adrenalina che il sistema sarebbe capace di somministrare al partito vincente a seconda, appunto, del livello di consenso raggiunto.

L’altalena studiata dall’ex ministro delle Riforme prevede tre diversi scaglioni di premio possibile. “Fino al 30% non è previsto alcun premio – ha spiegato l’ex ministro pochi giorni fa – per chi prende tra il 30 e il 35% è previsto un premio del 22,5% dei seggi ottenuti, tra il 35 e il 40% un premio del 27,5%, sopra il 40 un premio del 35%”. Secondo il senatore Pd Stefano Ceccanti, con questo sistema il premio al partito che vince è solo del 7,2%; troppo poco per il Pd, che punta, com’è noto, a raggiungere almeno un 10% di “premiolino” minimo per garantire la governabilità, ma il leader Pd stavolta appare più ottimista e ieri ha detto: “Se ne può parlare”. L’accordo, dunque, ancora non c’è, ma a differenza delle precedenti tappe quanto c’era solo nebbia fitta all’orizzonte, questa volta uno spiraglio almeno si intravede.

Tutto, comunque, dipenderà da come finiranno le primarie. E del consenso che avrà Bersani. Ma intanto, val la pena di registrare anche qualche altra manovra “di disturbo” che è stata messa in atto sempre dal Pd per cercare di arginare quegli avversari che andranno a pescare, seppur non direttamente, nel bacino elettorale di centrosinistra. I solidti “addetti ai lavori” l’hanno ribattezzata norma anti-Lista Italia, ma anche anti-Sel. In pratica, con un emendamento targato Zanda-Quaglieriello (Pd-Pdl, dunque bypartisan) si stabilisce che “ove più partiti o movimenti politici abbiano presentato alle elezioni congiuntamente liste di candidati col medesimo contrassegno, può essere costituito comunque un solo gruppo che rappresenta complessivamente tutti i suddetti partiti o movimenti politici”. La norma punta a evitare un eccessiva frammentazione dei gruppi dopo le elezioni, ma è un freno alla costituzione di più gruppi centristi (quello Udc, quello di Montemolo, ecc.) candidati sotto un’unica Lista pro Monti anche senza Monti capolista. Tra l’altro, se Nichi Vendola alla prossima tornata elettorale corresse in un unico listone con il Pd, una volta arrivato in Senato non potrebbe formare un gruppo autonomo di Sel. Quando si dice il fuoco amico…