Difficile non pensare che ci sia qualcosa di irresponsabilmente elettorale in questa escalation innescata dall’uccisione del capo dell’ala militare di Hamas. Anche l’operazione Piombo Fuso, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, venne lanciata in coincidenza con il passaggio di poteri tra le elezioni di novembre e l’insediamento di un nuovo inquilino alla Casa Bianca, anche se in questo caso l’inquilino è lo stesso di quattro anni fa. Il governo israeliano – il governo israeliano e non Israele tout court – non ha fatto mistero della propria preferenza per il candidato repubblicano sconfitto, nonostante di nuovo la maggioranza del voto degli ebrei statunitensi sia andata a Barack Obama. La nuova escalation è anche un modo per mettere in stallo, se non in scacco, la politica di Obama verso il mondo arabo e musulmano. Una politica avviata con il famoso discorso del Cairo che ha chiuso ufficialmente l’era Bush, ma che non è certo priva di ambiguità, incertezze, errori e marce indietro.

La novità è che l’aria di elezioni è anche in Israele, stavolta. Si vota a gennaio, il 22, dopo che Benyamin Netanyahu ha deciso lo scioglimento anticipato della Knesset, il parlamento. L’escalation contro Gaza, quindi, può essere letta anche come un drammatico spot elettorale per la destra israeliana, che peraltro si spinge sempre più a destra: alla fine di ottobre il Likud, il partito di Netanyahu, ha concluso un accordo con Yisrael Beitenu del falco Avigdor Liberman (ministro degli Esteri). I due partiti correranno assieme per i seggi del prossimo parlamento. Una coalizione del genere avrà probabilmente la maggioranza assoluta.

La scommessa che si nasconde dietro l’azzardo di questa escalation, però, può essere letta anche in un altro modo. Il governo israeliano ha avuto un anno molto difficile: a settembre dell’anno scorso ci sono state nel paese massicce proteste sociali contro il caro-vita. Centinaia di migliaia di israeliani – spesso sia ebrei che arabi – hanno manifestato anche riprendendo slogan delle primavere arabe. I problemi sociali che hanno scatenato quelle proteste sono ancora sul tappeto e il governo non è riuscito a dare risposte soddisfacenti. L’economia – e quindi anche il costo dell’occupazione dei Territori palestinesi – avrebbe potuto essere al centro della campagna elettorale. Ora facilmente sarà altro il tema dominante.

Nell’ultimo anno e mezzo, poi, il Medio Oriente familiare al ceto politico israeliano praticamente non esiste più: da Tunisi a Damasco, passando naturalmente per il Cairo, tutto è cambiato o sta per cambiare. La destra israeliana, in questo momento egemone in modo indiscutibile, non è stata in grado – per ritardi culturali, miopia politica e mero interesse di breve periodo – di fare i conti con questo cambiamento, di vederne anche le possibilità positive, a prezzo certo di far ripartire, davvero, il processo di pace con i palestinesi, innanzi tutto fermando la crescita delle colonie illegali e poi accettando quelle “concessioni dolorose” che a parole Netanyahu ha detto di essere disposto a fare.

C’è, infine, un’altra dimensione: l’Iran. La destra israeliana, a ragione (poca) e a torto (molto) è ossessionata dalla possibilità che l’Iran arrivi ad avere la tecnologia per produrre armi nucleari. Finora non ci sono prove conclusive su questo punto, ma solo indizi, ambigui come spesso sono gli indizi. Finora, però, l’amministrazione Obama era riuscita a tenere a freno la coppia Netanyahu-Liberman, facendo leva anche sul fatto che nell’establishment israeliano ci sono autorevoli voci che invitano alla prudenza. Uno dei razzi sparati contro Tel Aviv era probabilmente un Fajr di fabbricazione iraniana – un ottimo argomento per l’arsenale retorico del Likud. Incidentalmente, anche in Iran si vota nel 2013, a giugno, per la scelta del successore di Mahmoud Ahmadinejad. E il governo israeliano sta fornendo ai “duri” della Repubblica islamica il miglior spot elettorale che potessero desiderare.

Se, come potrebbe essere, quella appena iniziata non è solo una scaramuccia, il governo Netanyahu sta trascinando di nuovo Israele nella familiare, rassicurante e tremendamente miope prospettiva dell’accerchiamento, la più efficace per consolidare la presa della destra nazionalista su un paese che si allontana sempre di più dal sogno democratico dei fondatori. Sul quotidiano israeliano Haaretz, dal kibbutz di Kfar Aza, sulla linea del fuoco, Michal Vasser scrive: “La prima cosa che voglio dire è: per favore non difendetemi. Non così”. Rivolta ai leader politici del suo paese, Michal dice: “Se volete difendermi, allora, stendete la mano al presidente palestinese Mahmoud Abbas. Smettetela con gli ‘assassinii mirati’ e guardate negli occhi dei civili dall’altra parte. Se volete difendermi, allora per favore non mandate l’Idf a ‘vincere’. Iniziate a pensare a lungo termine e non solo alle prossime elezioni”.

di Joseph Zarlingo