E’ un Roberto Maroni in salsa secessionista quello che interviene a Bologna, sul palco del Cassero di Porta Saragozza, dopo che un corteo leghista ha attraversato nemmeno mezzo chilometro di centro città per protestare contro il governo Monti.

Sono circa 2000 i simpatizzanti del Carroccio ad attendere la prime parole della campagna d’inverno targata Lega. “Dopo aver votato la legge elettorale che comunque passerà entro Natale”, spiega il segretario Maroni, “chiederò al consiglio federale di ritirare la nostra delegazione dal Parlamento. Basta governo Monti, basta Roma. Nessun Aventino, ma solo una nuova fase che Umberto Bossi chiamò anni fa il progetto egemonico della Lega: diventare il primo partito del Nord”.

Secessione allora, anche se dalla piazza i manifestanti parlano più veneto e lombardo che emiliano-romagnolo, non arrivano grida forti e chiare in proposito. La separazione geografica è un progetto, un’idea da attuare subito con lo “sciopero fiscale”: “Su 100 euro di tasse Roma e Monti si trattengono il 65% ma d’ora in avanti la Lega punterà ad ottenere un vero federalismo fiscale con il 75% delle tasse trattenute al Nord”.

Una ricetta prima di tutto economico-finanziaria che si attua con “appalti a chilometro zero e ad una dura lotta a mafia ed ‘ndrangheta, perché io”, spiega Maroni, “alla criminalità organizzata ho fatto un mazzo così”. Poi ancora un appello ad indecisi e grillini: “Non buttate via il voto scegliendo Grillo. Non ci sono più destra e sinistra, ma solo il Nord”.

Infine la conferma della propria candidatura a governatore della Lombardia (“se domani il consiglio federale me lo chiederà, correrò da solo”) e un assegno cartonato, enorme, consegnato da Maroni al segretario regionale dell’Emilia Romagna, Ranieri, di 1 milione di euro per i terremotati di Bondeno: “la Ue non trova i soldi per le povere persone colpite da un terribile sisma, ma noi l’avevamo promesso: i soldi della Lega per ricominciare sono qua”.

Slogan macabro contro il governo. Alla partenza del corteo leghista in piazza Malpighi a Bologna la macchina dell’organizzazione ha lanciato uno slogan macabro all’indirizzo del governo: “Monti e Fornero, tutti al cimitero”. Il tempo di un paio di risposte/eco dalla folla che subito la frase è stata cancellata dalla scaletta.

Tutto lo stato maggiore del Carroccio sul palco. Non paiono più esserci divisioni dentro la Lega. Almeno dopo la manifestazione di oggi l’armonia tra vecchia e nuova guardia è regnata sovrana. Sul palco bolognese, tra la statua di padre Pio e i portici della Madonna di San Luca, hanno trovato posto gomito a gomito Umberto Bossi e Maroni, Roberto Calderoli e Erminio Boso (con cappello d’alpino), come i governatori di Veneto e Piemonte, Luca Zaia e Roberto Cota. Anche l’ultima generazione leghista dell’Emilia Romagna presente ed agguerrita. Manes Bernardini ha presentato il comizio lanciando gli interventi dei singoli rappresentanti “verdi”, mentre Gianluca Pini, il deputato romagnolo, propugnatore della regione Romagna è intervenuto con aspre critiche al premier (“Monti ha assassinato il Nord”)