Tempo fa sono stata ad un messa speciale organizzata dalla comunità di Sant’Egidio. Era una veglia di preghiera in memoria dei “caduti” in mare nel viaggio verso l’Europa: il libretto di preghiera si intitolava “Morire di speranza”.

Stavo seduta accanto ad una signora eritrea il cui figlio, scappato dalla Libia l’anno scorso durante la guerra, ha perso la vita in mare. Aveva già tentato la traversata l’anno prima ma era stato respinto di nuovo in Libia. Lei non ha smesso un secondo di piangere. Poche lacrime ma un lungo straziante lamento usciva inesorabile dal suo petto fino alle labbra.

In tutta la chiesa tantissimi profughi. Quelli arrivati vivi e presi in carico da vari centri di accoglienza nell’ambito della cosiddetta emergenza Nord Africa.

Alcuni di loro hanno ottenuto dalla commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato qualche forma di protezione internazionale. La maggior parte ha ottenuto un rifiuto. Si stima che siano almeno l’80% i profughi che la commissione ha giudicato non meritevoli di protezione in Italia.

Per questo motivo, per rimediare alla severità (ed all’ingiustizia) di tali decisioni, il Governo ha deciso con la Circolare del Ministero dell’Interno n. 5426 del 30 ottobre 2012 e la Circolare del Ministero dell’Interno n. 400 del 31 ottobre 2012 che le posizioni dei richiedenti asilo “rifiutati” vadano riesaminate dalle Commissioni al fine (si spera) di consentire il rilascio di permessi di soggiorno anche per loro.

Ma in ogni caso, queste persone, in fuga da una vita, che non sono “morte di speranza” durante il viaggio, dovranno inesorabilmente, entro il 31 dicembre prossimo, abbandonare le strutture in cui sono stati ospitati e finire, senza soldi e senza lavoro, in mezzo una strada.

Intanto i giornali titolano “nuovi sbarchi di clandestini”. E parlano di uomini, ma anche di donne e bambini, scampati alla morte.

Chi approda sulle nostre coste dopo aver attraversato il mare aperto per notti e giorni, senza mangiare, senza bere, incastrati gli uni negli altri, chi ha attraversato deserti, è fuggito da guerre, prigionie, torture, violenze, non meriterebbe che gli venisse, almeno nelle parole, riconosciuta la dignità di rifugiato?

Come suona diverso, vero, rifugiato rispetto a clandestino?

Se parliamo di rifugiati parliamo di persone che hanno diritti, dignità e dolore.

Se parliamo di “clandestini”, termine dal punto di vista giuridico totalmente inesatto perché non menzionato neppure nel testo unico immigrazione, pensiamo subito ad invasori, criminali da respingere e rifiutare. Ed infatti, molto spesso il nostro Governo preferisce trattare i rifugiati da “clandestini”, così si allea con la Libia per “catturare” le barche che si spingono faticosamente verso le nostre coste.

Ormai dopo la dura condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo per i respingimenti collettivi verso la Libia effettuati dalla nave Bovienzo della Guardia di Finanza il 6 maggio 2009, il “lavoro sporco”, consistente nel blocco dei migranti in mare e nella loro riconduzione violenta nei porti di partenza, è stato esternalizzato in base agli ultimi accordi bilaterali firmati da Maroni con la Libia e la Tunisia (lo spiega il Prof. Fulvio Vassallo Paleologo nell’articolo “Nuova strage di migranti davanti alle coste libiche).

L’UNHCR ci informa che nel 2011 più di 800.000 persone sono dovute fuggire dal loro paese, una media di circa 2.000 rifugiati al giorno. L’Alto Commissariato per i diritti umani Guteress parla di: “Sofferenze di dimensioni memorabili” e non di clandestini.

Durante la messa di Sant’Egidio vengono letti i nomi di tutti i morti o dispersi in mare. Almeno quelli di cui si ha notizia. Una lista infinita che ogni giorno cresce. Forse se nel nostro Paese i rifugiati non venissero più chiamati né trattati da clandestini da respingere, si potrebbe iniziare a vivere di speranza anziché a morirne.