L’Ilva intende procedere alla messa in cassa integrazione ordinaria di 2 mila dipendenti dell’area a freddo dello stabilimento di Taranto a partire dal 19 novembre prossimo per 13 settimane. L’azienda lo ha comunicato poco fa ai sindacati Fim, Fiom e Uilm in un incontro che si è tenuto in direzione Ilva dello stabilimento jonico e che si è concluso senza alcuna intesa. Azienda e sindacati potrebbero rivedersi nei prossimi giorni. “L’Ilva – che era rappresentata dal responsabile Relazioni industriali, Enrico Martino) ci ha risposto – ha dichiarato il segretario provinciale della Uilm di Taranto, Antonio Talò – che riferirà delle nostre richieste al presidente Ferrante. Ma quando abbiamo chiesto all’azienda di dirci una parola chiara su cosa intenda fare della nuova Autorizzazione integrata ambientale, già in vigore, ci è stato risposto che si sta valutando ancora la sostenibilità finanziaria degli interventi di risanamento”.

Quanto ai motivi della volontà aziendale di avviare le procedure di cassa integrazione per 2 mila dipendenti, Talò ha sottolineato che “dall’inizio dell’anno c’è crisi di mercato e l’azienda ci aveva sempre assicurato che non avrebbe utilizzato questo ammortizzatore sociale. Invece ora c’è stato un cambio di impostazione da parte dell’Ilva”. Gli impianti interessati il tubificio longitudinale 1 e 2, il treno lamiere, il treno nastri 1, le officine, i servizi e il laminatoio a freddo. La richiesta dell’Ilva sarebbe da mettere in relazione allo sciopero che dallo scorso 30 ottobre riguarda il reparto Movimento ferroviario, quello in cui ha perso la vita il 29enne Claudio Marsella, schiacciato da un locomotore durante operazioni di aggancio di un carro ferroviario. Non è noto se questa fermata sia anche collegabile all’eventuale fermata anticipata dell’altoforno 5, chiesta dai custodi giudiziari nell’arco di uno-due mesi, mentre l’autorizzazione integrata ambientale prevede invece che il più grande altoforno del siderurgico si fermi a luglio 2014.

Riguardo il reparto Movimento ferroviario, in una conferenza stampa  i lavoratori questa mattina hanno affermato che “lo sciopero al Movimento ferroviario dell’Ilva sarà revocato solo se l’accordo del 2010 sarà modificato sostanzialmente”. I lavoratori hanno anche affermato che lo sciopero in corso “vede fondamentalmente protagonisti gli operai che protestano per le condizioni di insicurezza del reparto. Non fate quindi un discorso di sigle e di movimenti come Usb e ‘Liberi e pensanti‘. La protesta e lo sciopero sono nostri perché noi lavoriamo qui, noi siamo esposti ai rischi”.

Fra le richieste avanzate, la modifica delle condizioni di armamento dei carri ferroviari con il ripristino di due-tre operatori per carro mentre adesso c’è un solo addetto. Nella conferenza stampa i lavoratori del Mof hanno anche mostrato un documento firmato dal delegato di reparto e risalente a maggio 2010 – cioè pochi mesi prima che l’accordo che ha rivisto l’organizzazione venisse firmato da sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uil e l’Ilva – con cui si contestava la revisione della presenza con l’introduzione del singolo operatore per carro ferroviario. “Siamo qui, all’esterno dell’Ilva, da una settimana, stiamo scioperando, e non abbiamo visto la presenza dei sindacati Fim, Fiom e Uilm, ai quali pure paghiamo la tessere – hanno detto i lavoratori del Mof -. Noi chiediamo la revisione dell’accordo e più  in generale la modifica del sistema Ilva”.

Lo sciopero al Mof andrà avanti sino a sabato prossimo, giorno in cui ci sarà un corteo di protesta in città dei lavoratori dello stesso Movimento ferroviario. Prima della conferenza stampa dei lavoratori del Mof erano stati Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm ad intervenire in un’altra conferenza stampa difendendo la validità dell’accordo del 2010 e affermando che dalla sua sottoscrizione in poi al Mof sono drasticamente calati gli infortuni gravi. Fim, Fiom e Uilm hanno poi attaccato i movimenti di base, tra cui Usb e “Liberi e pensanti”, di seminare “un clima di odio e di tensione, attaccando con violenza i delegati sindacali confederali”.