Il coraggio di una donna che sceglie di raccontare la mafia. Piera Aiello aveva solo 18 anni quando ha sposato Nicolò. Nove giorni dopo il matrimonio, il suocero, Vito Atria, un piccolo mafioso locale, viene assassinato. Nel 1991 la stessa sorte tocca al marito, sotto i suoi occhi. Una storia che la protagonista ha deciso di raccontare in “Maledetta Mafia” (Edizioni San Paolo), libro scritto a quattro mani insieme a Umberto Lucentini, e che  sarà presentato a Milano il 24 ottobre a Palazzo Marino

Dopo quell’omicidio in Piera scatta qualcosa. E iniziano due nuove vite che, come lei stessa scrive, iniziano a correre parallele. “Ho due vite che a volte si incrociano, si sovrappongono, si respingono e si fondono – scrive-. Ho due vite che si accompagnano da quando, una mattina, la morte mi è entrata in casa a soli ventuno anni. Sono stata la moglie di un piccolo boss di un paese della Sicilia. Poi sono diventata vedova di un mafioso, vestita a lutto come impongono le regole della mia terra, con una bimba di tre anni da crescere e una rabbia immensa nel cuore. È in quel momento che il destino ha messo un bivio lungo il mio percorso: dovevo scegliere quale futuro dare a mia figlia Vita Maria”. In quel momento Piera decide di cambiare tutto. E la persona che ringrazia, è l’uomo “che una mattina mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio. Eravamo – spiega –  in una caserma dei carabinieri. Mi ha fatto una domanda semplice e terribile insieme, mentre la mia immagine si rifletteva accanto alla sua”.

Quell’uomo era Paolo Borsellino. “Da allora, da quando lo ‘zio Paolo’ mi ha accompagnata davanti a quello specchio e mi ha ricordato chi ero, da dove venivo e dove sarei dovuta andare, sono diventata una testimone di giustizia: non conoscevo il vero significato di queste tre parole, ‘testimone di giustizia’, e di conseguenza ciò che mi apprestavo a essere. Io non ho mai commesso reati, né sono mai stata complice dei crimini di mio marito e dei suoi amici, gli stessi che poi ho accusato nelle aule dei tribunali e nelle corti d’assise. Quel che è certo è che la mia storia, la mia vita, è stata rivoluzionata dalla morte”. Inclusa quella di Rita Atria, sua cognata, che a 17 anni decide di ribellarsi al sistema mafioso. Tuttavia, dopo l’assassinio di Borsellino, non riesce a reggere al dolore e si toglie la vita. 

Piera oggi convive con due nomi, quello con cui la chiamano quando va in Sicilia o nelle aule dei tribunali, ovvero “nella parte di vita che è morta quando due killer di Cosa nostra hanno ucciso suo marito sotto i suoi occhi”. Poi c’è il secondo, scelto dai funzionari del Servizio centrale di protezione. E vorrebbe urlarlo, questo nome. Ma correrebbe il rischio di avvolgere la vita di sua figlia e della sua famiglia di nuovo nel terrore. E’ una vita costruita su pianti e solitudine. Attraverso il libro decide però di dare una svolta a questo silenzio, per ricordare il senso di “legalità” che Borsellino le ha insegnato. “E’ venuto il momento – scrive – di raccontare e fare in modo che altri, se vorranno, possano conoscerla e forse trarne qualche insegnamento”.

Maledetta Mafia” sarà presentato a Milano il 24 ottobre alle 17.30 presso la sala Alessi del Palazzo Marino in Piazza della Scala. Intervengono il coautore Umberto Lucentini, giornalista e biografo del giudice ucciso dalla mafia, don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, l’avvocato Umberto Ambrosoli, il procuratore capo di Torino  Gian Carlo Caselli,  il questore di Piacenza Rino Germanà, e Lorenzo Frigerio, referente di Libera Lombardia.