Prima la disputa sul salario d’ingresso e poi la possibile cessione di quattro stabilimenti, due dei quali in provincia di Reggio Emilia. C’è di nuovo aria di tempesta, oltre che di crisi, all’interno del Gruppo Marcegaglia, tra la dirigenza del colosso siderurgico e le tute blu della Fiom, che hanno appreso, “leggendo un settimanale economico, l’intenzione, da parte dell’azienda, di avviare la cessione del ramo aziendale Engineering”.

Una vendita che l’azienda sta valutando, avviando un mandato esplorativo per sondare il mercato, e che potrebbe riguardare le emiliano romagnole Oto Mills e Oto Lift Trucks, la mantovana Oto Steel e la vicentina Oto Automation. Più di 260 lavoratori coinvolti, tra interni e esterni, “che devono essere tutelati, ma di cui non conosciamo la sorte – spiega Mirco Rota, segretario generale Fiom Cgil Lombardia e responsabile sindacale dei rapporti con il gruppo Marcegaglia .– L’azienda non ci ha ancora fatto sapere nulla, né tanto meno ci ha informati a giugno, durante l’ultimo incontro sulla situazione produttiva degli stabilimenti, anzi avevano annunciato 50 nuove assunzioni. A questo punto, ovviamente, siamo preoccupati per le centinaia di persone coinvolte da questo progetto”.

Preoccupazione che, tuttavia, non ha ricevuto alcun riscontro. “Alle nostre continue richieste – ricorda Rota – inoltrate non appena siamo venuti a parte di questa intenzione, la dirigenza ha risposto convocando una riunione di appena cinque minuti con i lavoratori, durante la quale non ha assolutamente smentito la notizia, limitandosi a offrire qualche rassicurazione”.

Poche parole che non hanno saputo tranquillizzare nè gli operai, nè tantomeno la Fiom, che già da un anno a questa parte segnala a gran voce la crisi che il gigante dell’acciaio sta vivendo e che, inevitabilmente, “ricade sulle spalle dei lavoratori”. Problemi di liquidità, bilanci in perdita, riduzione dei turni di lavoro per gli operai di diversi stabilimenti, da Mantova a Ravenna. “Quello che abbiamo rilevato è un sensibile indebolimento industriale – racconta Rota – ma l’unica soluzione che l’azienda ci ha fornito è l’introduzione del salario d’ingresso. Un vero e proprio ricatto che, tra l’altro, invece di portare alle assunzioni promesse, all’ampliamento di alcuni stabilimenti, ha ridotto esclusivamente i diritti dei lavoratori”.

Nello stabilimento di Contino, a Mantova, per esempio, il salario d’ingresso per i nuovi dipendenti “che l’azienda ci ha imposto – chiarisce Rota – doveva, in cambio, garantire 20 assunzioni e l’allargamento dello stabilimento”. Ma le assunzioni sono state solo sei, e nell’incontro che si è svolto oggi, l’azienda ha chiesto di porre le basi per un accordo “che metta a casa in ferie i lavoratori, perchè i magazzini sono pieni e non si può continuare a produrre a ritmo normale”. Ma non solo. “Addirittura, ai lavoratori hanno detto che se non hanno più ferie, devono rimanere a casa comunque, recupereranno quando ci sarà lavoro”. Insomma, una cassa integrazione senza il ricorso agli ammortizzatori sociali finanziati dallo Stato. “Con i soldi dei lavoratori” tuona Rota.

Per questo, sulla cessione che negli uffici del Gruppo Marcegaglia è già nell’aria, le tute blu vogliono mettere le mani avanti. “Il 29 ottobre abbiamo un incontro con l’azienda per capire quali saranno le prospettive di tutto il gruppo – spiega la Fiom – ma a fronte di questa notizia è necessario, prima ancora dell’incontro di fine mese, che Marcegaglia dia un’informazione precisa alle organizzazioni sindacali rispetto al settore Engineering, perché gli elementi di preoccupazione sono parecchi ed è necessario che sia fatta chiarezza”.

L’amara pillola della riduzione di stipendio per i nuovi assunti nel gruppo, il salario d’ingresso appunto, del resto, non è ancora stata digerita dai sindacati. Tutt’altro. “La notizia della possibile cessione conferma di fatto che l’idea di introdurre il salario di ingresso da parte dell’azienda non risolve i problemi industriali e di mercato”.

A gettare acqua sul fuoco, però, ci pensa Enrico Giuliani, direttore generale del Gruppo Oto, che sulla questione chiarisce: “la vendita non è affatto assicurata”. Anche se l’intenzione c’è. Del resto è per questo che si avvia un mandato esplorativo. Un procedimento che serve a sondare il mercato, per capire quali realtà potrebbero essere interessate all’acquisto e a quale prezzo. Solitamente, il mandato esplorativo viene attuato dalle imprese in crisi che cercano di vendere, ma su questo punto Giuliani è chiarissimo: “non siamo in difficoltà – specifica – l’azienda è solida e non abbiamo necessariamente bisogno di vendere gli stabilimenti”. Se la cessione industriale ci sarà, “avverrà per portare un valore aggiunto alla nostra produzione”. E non risparmia una stoccata alle tute blu. “Non abbiamo informato i sindacati perchè non abbiamo ancora firmato nessun contratto, dunque, siccome non è insolito che altre realtà internazionali si interessino a noi, è capitato spesso in questi anni, non c’erano novità da comunicare”.

“Io credo – conclude Giuliani, a rassicurare i 260 operai interessati dalla possibile cessione – che se siamo stati additati a livello internazionale, se tanti partner e competitor sono interessati a noi, è per perseguire il made in Italy, garanzia di qualità nell’engineering e nella produzione, e non per smantellarlo”.