Ha definito il ‘900 ‘il secolo breve’ ed è stato uno dei più grandi storici contemporanei. Eric Hobsbawm si è spento al Royal Free Hospital di Londra all’età di 95 anni dopo una lunga malattia. A riferirlo al Guardian è stata la figlia Julia. Nato da una famiglia ebraica di origine austriaca, dopo la perdita dei genitori negli anni ’30 si era trasferito in Gran Bretagna dove è rimasto affermandosi come un intellettuale di primissimo piano, sempre fedele alla sua impostazione marxista.

Hobsbawm, che era nato ad Alessandra d’Egitto, è stato anche un grande storico dell’Ottocento, il “lunghissimo secolo” che faceva iniziare nel 1789 e terminare nel 1914 nella sua trilogia: Le rivoluzioni borghesi (1789-1848) del 1963; Il trionfo della borghesia (1848-1875) del 1976; L’età degli imperi (1875-1914) del 1987. L’interesse di Hobsbawm si è soprattutto rivolto alla storia del movimento operaio (Studi di storia del movimento operaio, 1972), alle diverse manifestazioni storiche della rivolta sociale (I ribelli, 1966; I banditi, 1971, I rivoluzionari, 1975) e alla genesi delle ideologie nazionalistiche (L’invenzione della tradizione, 1987, Nazioni e nazionalismo, 1991).

Hobsbawm ha dedicato gran parte del suo lavoro allo studio della classe operaia inglese e del proletariato internazionale. Il suo libro più discusso è sicuramente Il secolo breve (1995), ampia sintesi della storia del Novecento, che si apre con lo scoppio della prima guerra mondiale e si conclude alla fine degli anni Ottanta con la fine dei regimi comunisti nei Paesi dell’Est. Lo storico suddivideva il secolo in tre periodi: L’età della catastrofe (1914-1945), L’età dell’oro (1945-1970) e L’età della frana (dal 1970 fino al crollo dell’Urss nel 1991). Nel 1998 Hobsbawm era stato insignito del titolo di Companion of Honour che premia i meriti eccezionali e che raramente è stato concesso a un marxista.