L’ultimo a sollevare il caso, in ordine di tempo, è stato il Wall Street Journal. I regolatori americani, ha segnalato il quotidiano, starebbero intensificando l’attenzione sull’high frequency trading, il sistema di scambio automatizzato e ultra veloce che interessa ormai la maggior parte delle transazioni di borsa. Una pratica complessa, assai difficile da monitorare e responsabile, secondo i suoi critici, di un’accresciuta volatilità dei prezzi. In altri termini, insomma, l’ennesimo fattore di speculazione. Ma ad interessare la Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza Usa, ci sarebbe ora un nuovo sospetto: la presenza di una sorta di “concorrenza sleale”. Ed ecco, allora, che a finire sul “banco degli imputati” non ci sono più soltanto i fondi hedge o gli operatori più spericolati. Bensì le stesse piattaforme di borsa.

Quella di venerdì scorso è stata a suo modo una giornata storica. Per la prima volta, infatti, la Sec ha potuto sanzionare con 5 milioni di dollari di multa niente meno il Nyse Euronext, il super gruppo di borsa che comprende New York e alcune delle principali piazze europee. Il motivo? Un implicito trattamento di favore concesso dal Nyse agli operatori ad alta velocità. Due sistemi di trasmissione dei dati del Nyse, tali Open Book Ultra e Pdp Quotes, avrebbero infatti inviato le informazioni raccolte (dati, statistiche e cifre di vario genere) ai trader high frequency prima che queste ultime fossero rese pubbliche al mercato. Secondo quanto emerso nel caso (il Nyse ha patteggiato la sanzione senza ammettere però l’illecito) il vantaggio temporale concesso agli operatori privilegiati sarebbe stato in molti casi nell’ordine dei millisecondi. Una frazione impercettibile eppure, per quanto possa sembrare assurdo, assolutamente decisiva.

Merito dei computer, essenzialmente, ovvero degli algoritmi in grado di indirizzare le operazioni buy o sell nello spazio di intervalli di tempo minimi. Pochi millisecondi magari in cui si muovono però milioni di dollari. I prezzi oscillano e gli operatori guadagnano sulle variazioni. La concentrazione delle operazioni fa accrescere la volatilità allargando così i margini stessi sul valore dei prodotti scambiati. E con essi i profitti degli operatori. Il punto, però, è che un sistema del genere non può essere gestito manualmente. Per agire in frazioni di secondo, infatti, i computer devono poter sfruttare gli algoritmi che, a loro volta, elaborano dati e statistiche continuamente aggiornate da altri sistemi informatici. La vendita di questi dati, a cura dei sistemi di borsa, diviene così un affare redditizio oltre che un elemento decisivo. In particolare, riferisce ancora il Wall Street Journal, due colossi come il Nyse e il Nasdaq guadagnerebbero in media circa 300 milioni di dollari all’anno attraverso l’attività di diffusione delle informazioni.

La concentrazione delle transazioni e la difficoltà (per non dire l’impossibilità) di monitoraggio favorisce, come si diceva, la crescita della volatilità. Il 6 maggio 2009, la borsa di New York bruciò 700 punti base in pochi minuti gettando nel panico l’intero mercato. A causare il tracollo, momentaneo, una concentrazione anomala di operazioni super veloci. È stato allora che la Sec ha iniziato seriamente ad affrontare il problema dell’high frequency trading.

Nell’agosto 2011, nel pieno dell’estate calda europea con i timori sulla crisi dei debiti che avevano alimentato l’instabilità di mercato, Wall Street si accodò al trend ribassista perdendo 2.200 miliardi di dollari di capitalizzazione nello spazio di dieci giorni. Nello stesso periodo, l’attività high frequency raggiunse il suo picco con un ammontare medio di scambi giornalieri pari a 15,97 miliardi di titoli (parliamo di unità, non di controvalore), un livello superiore a quello registrato tra il 15 e il 19 settembre 2008, ovvero nei giorni che seguirono al tracollo della Lehman.

I dati non sono facili da calcolare. Quel che è certo, tuttavia, è che l’high frequency trading è un fenomeno in espansione. Nel 2011, ricordò un rapporto della Consob, le operazioni di “Hft” condotte negli Stati Uniti rappresentavano probabilmente il 60% degli scambi condotti negli Usa (contro il 15% del 2006) e il 40% di quelli condotti in Europa. In questi giorni, il quotidiano britannico Guardian, citando i dati della società di consulenza Tabb Group, ha riferito una stima del 36% per le operazioni realizzate nella Borsa di Londra. La Financial Services Authority, il massimo organo di vigilanza del Regno Unito sostiene la presenza di questo genere di scambi sottolineandone l’efficienza e le ricadute positive sui costi di transazione, una posizione che è però motivo di scontro con i regolatori del Continente. Il governatore della banca centrale austriaca e consigliere della Bce Ewald Nowotny, in particolare, non sembra avere dubbi. “L’high frequency trading – ha dichiarato nei giorni scorsi – non deve essere regolamentato. Va abolito”.