Le Paralimpiadi volgono al termine, dopo due settimane all’insegna dello spettacolo. E della tecnologia. Perché non a caso sono state ribattezzate come i “Giochi dei superuomini”: il progresso scientifico ha un ruolo sempre più decisivo nello sport per disabili. Lo testimonia la battaglia legale che in passato Oscar Pistorius ha dovuto combattere contro la Iaaf per dimostrare che le sue protesi metalliche non lo avvantaggiassero (lui, amputato bilaterale) nei confronti degli atleti normodotati. Ma, al netto delle polemiche, la tecnologia è ciò che permette ai Giochi paralimpici di essere sempre più competitivi e spettacolari. Quest’anno la finale dei 100 metri T44 è stata un evento quasi al pari di quella dei Giochi olimpici. E questo grazie alle protesi avveniristiche impiegate dagli atleti.

Il primo prototipo di protesi in metallo risale al lontano 1970, da allora sono stati fatti enormi passi avanti. La Ottobock – azienda leader nel panorama mondiale della tecnica ortopedica, che assiste tutti gli atleti paralimpici – oggi costruisce protesi cinque volti più forti dell’acciaio ma sensibilmente più leggere. Quelle dei corridori professionisti sono in fibra di carbonio e grafite, i materiali più adatti ad attutire l’impatto col terreno e ad assorbire l’energia da esso derivante, in modo da restituire all’atleta l’energia cinetica generata dalla parte non amputata delle gambe.

Oscar Pistorius (e anche Jonnie Peacock, il 19enne britannico che lo ha nettamente battuto sui 100 metri) utilizza un particolarissimo piede da corsa su pista chiamato Flex-Foot Cheetah, realizzato su misura dalla compagnia Ossur; il suo costo parte dai 15mila euro per il modello base, e arriva fino a 30mila per quello più sofisticato. Mentre l’ultimo gioiello di casa Ottobock si chiama 3s80 Sport Knee: trattasi di un rivoluzionario ginocchio artificiale, in grado di replicare in tutto e per tutto le funzioni di un ginocchio normale, così da assecondare i movimenti dell’atleta e adattarsi ad ogni tipo di superficie, non solo alla pista, ma persino alla terra pesante o alla sabbia.

Le protesi dei blade-runner paralimpici sono senz’altro l’aspetto più appariscente del grande lavoro tecnologico che sta dietro a questi Giochi. Ma tutti gli sport, chi più chi meno, si giovano dell’apporto delle ultime scoperte scientifiche.

Le sedie a rotelle utilizzate dagli atleti sono tutto fuorché banali carrozzine. Quelle utilizzate nell’atletica, o le handbike dei ciclisti, sono costruite in lega di titanio: la loro componente aerodinamica è testata in gallerie del vento, con spinte contrarie fino a 50 chilometri orari; questo per garantire all’atleta il massimo della stabilità possibile, oltre che massimizzare l’energia derivante dalla spinta delle braccia e trasformarla in movimento.

Pensate per offrire all’atleta la massima velocità ed agilità possibile sono invece le sedie a rotelle utilizzate nel tennis, dotate di due cerchioni più grandi e più rigidi del normale, e di una pedana anteriore per conservare la stabilità.

Quelle in uso nel rugby paralimpico, poi, sono vere e proprie sedie a rotelle “corazzate”: costruite in titanio ed alluminio (lo stesso adoperato in aeronautica per gli shuttle) per resistere a contrasti violentissimi (tanto da valere a questo sport il soprannome di murderball, “palla omicida”). Con speciali accorgimenti e variazioni a seconda dei ruoli: i giocatori con attitudine offensiva siedono su carrozzine con alettoni per sviluppare velocità e paraurti respingenti; quelle destinate ai difensori, invece, hanno delle particolari barre anteriori per ostacolare e bloccare le altre sedie. Tutte, ovviamente, sono dotate di speciali rivestimenti per attutire i colpi e proteggere gli atleti.

Persino la realizzazione dei guanti per la spinta delle carrozzine non è lasciata al caso: adesso vengono realizzati in termoplastica, un materiale che (rispetto alla semplice pelle imbottita) permette di ottimizzare l’energia e ridurre al minimo la dispersione di forza, nonché aiutare i muscoli della mano.

La tecnologia è fondamentale anche per gli atleti non vedenti. Il caso più emblematico è quello del calcio, dove viene utilizzato un pallone dotato di uno speciale sensore che emette suoni quando la sfera è in movimento, permettendo ai calciatori di orientarsi. Qualcosa di simile avviene anche nelle specialità di salto, in cui l’atleta riesce ad individuare la pedana grazie ad una serie di segnali acustici.

Ma sono piccoli aiuti: è la scienza che assiste l’uomo, gli restituisce solo ciò che una malattia o uno sfortunato incidente gli aveva tolto. Nulla di più. I protagonisti restano gli atleti: senza il talento di Martina Caironi o la forza di volontà di Alex Zanardi – tanto per citare due esempi cari ai colori italiani – questi Giochi non sarebbero mai stati così speciali.