Mentre la Grecia fa un timido tentativo per tassare gli euro ellenici custoditi in Svizzera, così come fatto ad esempio già un anno fa da Londra e Berlino, la domanda da porsi oggi è: c’è il rischio che i buoi siano già scappati e messi al sicuro altrove? Di denaro greco nei cantoni elvetici si parla da anni, ma soprattutto negli ultimi venti mesi il tema è stato da più parti sollevato, arrivando a ipotizzare cifre significative, almeno nell’ordine dei trenta miliardi di euro. Che, se l’accordo dovesse essere stipulato da entrambe le parti, sarebbero tassati (20 o 30%) per far entrare nelle casse dello stato circa cinque miliardi. Una stima che si basa essenzialmente sulla certezza di trovare in Svizzera il denaro preventivato. Ma se una volta aperti i forzieri e spulciati gli illustri elenchi (in cui si dice abbondino deputati ed ex ministri) ci fosse la sorpresa di trovare solo pochi spiccioli?

Il dubbio si sta insinuando tra commentatori e politici dell’opposizione anche se in verità, non nasce oggi, dal momento che se gli annunci in tal senso si sono sprecati, di fatto si è lanciato un campanello di allarme a chi aveva scelto la discrezione svizzera per occultare guadagni o denari di sconosciuta provenienza. Un primo segnale in tal senso si è avuto nella settimana che ha portato alle scorse elezioni di maggio, quando la Grecia è stata scossa da una vero e proprio sisma giudiziario e politico: venne arrestato Akis Tzogatzopulos, già ministro e braccio destro di Andreas Papandreau, ritenuto il regista occulto di trent’anni di politica del paese. L’accusa, condotta da un magistrato donna che sta facendo tremare i palazzi del potere sotto l’Acropoli, è di aver occultato almeno cento milioni di euro in virtù di una sofisticata rete di società off-shore. Da quel momento, se da un lato si è data un’accelerata mediatica alla necessità di fare luce sugli euro custoditi fuori dalla Grecia, dall’altro non si può escludere che in questi quattro mesi i proprietari di quei soldi non abbiano già provveduto a trasferirli in altri paradisi fiscali. Una contingenza che si mescola alle fortissime tensioni sociali presenti nel paese e che, come scrive l’autorevole quotidiano Kathimerinì, potrebbero celare dietro l’angolo il rischio guerra civile nel paese se dovessero passare gli ulteriori tagli da quasi 12 miliardi di euro, su cui il governo si sta confrontando con la troika.

Il consiglio dei ministri del prossimo venerdì potrebbe essere decisivo, non solo per i conti ellenici, ma anche per la tenuta del governo che andrà a votare le nuove misure previste nel pacchetto. C’è ansia per una sorta di esplosione sociale dinanzi al parlamento ateniese dopo che molti deputati della maggioranza non hanno assicurato il proprio “sì” come gli onorevoli Kyriazidi e Vlachogiannis, che hanno già dichiarato di non aver ancora deciso se votare a favore delle nuove misure, provocando un terremoto negli uffici del primo ministro Samaras. Se il piano non dovesse ricevere i 151 voti della maggioranza della Camera, l’intero sistema costruito sul memorandum della troika potrebbe crollare improvvisamente, con il rischio tenuta per l’intero continente.

Il nuovo intervento su pensioni, tredicesime e indennità (il terzo in poco più di due anni) dovrebbe vedere la luce nella versione definitiva entro il 18 ottobre, quando i leader europei decideranno in occasione del vertice Ue se e come continuare a sostenere l’economia greca. La bozza base già nelle mani dei leader dei partiti politici prevede l’abolizione completa di tredicesime natalizie e pasquali per tutti i pensionati e anche per i dipendenti del settore pubblico: ovvero tagli orizzontali che partiranno dai 1.000 euro. Sarà aumentata l’età per accedere alla pensione minima. Il Dimar ha proposto inoltre che gli stipendi del clero vengano sostenuti dalla Chiesa almeno per il 50%, mentre oggi sono a totale carico dello stato.

Le decisioni finali e il calendario di attuazione saranno completati entro una decina di giorni, ma a preoccupare sono i riverberi sociali di questa disperata mossa del governo. Per questo i tre leader Samaras, Venizelos e Kouvellis stanno intensificando incontri e consultazioni, nella speranza di trovare un modo per ridurre le misure più estreme e non provocare la reazione scomposta dei cittadini, che hanno già programmato, assieme alle parti sociali e ai partiti dell’opposizione, una lunga serie di manifestazione di piazza, che potrebbero interessare anche la Fiera di Salonicco che si aprirà a giorni. Inoltre il problema interesserà il gruppo parlamentare del Sud-Ovest del paese, non solo perché è il più popoloso, ma anche perché parlamentari sotto pressione da parte degli elettori più a rischio, come pensionati e dipendenti pubblici il ​​cui taglio dello stipendio si è ugualmente verificato nonostante gli impegni espliciti assunti ad inizio estate dal premier Samaras. Si parla già di franchi tiratori nella maggioranza, come Mitsotakis, Spiliotopoulos, Giakoumatou, Gioulekas.

Ma la nota dolens in questo momento è rappresentata dal Dimar, il partito della sinistra democratica guidato da Fotis Kouvellis che ha più volte minacciato di ritirare l’appoggio al governo. E quasi pentendosi, dicono sottovoce alcuni deputati, di non aver seguito le orme del leader radicale del Syriza Alexis Tsipras, ieri in visita a Venezia, nella sua battaglia contro il memorandum e contro quello che ha definito lo strozzinaggio delle banche nei confronti della Grecia. Il giovane politico ha ribadito che “non ci sarà alcun ritorno alla dracma, né alla lira, alla peseta, al franco o al marchio, perché il problema non è greco, ma europeo, e non ha nulla a che fare con la pigrizia del sud, ma con l’architettura stessa del l’euro”. Se ciò non dovesse mutare “allora non sarà in pericolo solo la Grecia, ma l’intera zona euro pronta al collasso”. Si viene quindi a creare un muro anti tagli composto da Syriza, dai comunisti del Kke a cui molti deputati del Dimar guardano con interesse. Potrebbe essere proprio questo il colpo decisivo sferrato all’esecutivo ellenico atteso da un autunno di fuoco, che nonostante i macro impegni assunti e tentativi di discontinuità, si sta rendendo conto di non avere la matematica certezza che la mossa sui conti svizzeri e le richieste reiterate in sede europea di ammorbidire le misure possano non solo garantire stabilità politica ma soprattutto condurre il paese fuori dalle sabbie mobili del default. Che tecnicamente si è già verificato, e che nessuno ha il coraggio di certificare apertamente.

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