Centomila firme (ieri 110 mila) sono centomila gesti di centomila persone animate dalla stesso desiderio di testimonianza, dalla stesso senso di libertà, dalla stessa esigenza di giustizia, dallo stesso pensiero interiore: eccomi, io ci sono. Lo hanno compreso i pm di Palermo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, che oggi sanno di essere meno soli nel compimento del loro dovere d’indagine sulla trattativa tra pezzi dello Stato e vertici di Cosa nostra, una delle pagine più cupe della recente storia italiana.

Centomila voci che dicono andate avanti ai magistrati di Taranto criminalizzati perfino dai sobri ministri tecnici perché vogliono evitare che altri morti si aggiungano alle migliaia di morti provocati dalla miscela criminale: industriali avvelenatori più politici complici.

Ma centomila cittadini sono una energia positiva, una imprevista risorsa della democrazia, un esercito della buona volontà che il Fatto ha avuto solo il merito di raccogliere. Lo diciamo ai tanti che inneggiano al pragmatismo delle classi dirigenti, convinti che l’applicazione puntuale delle leggi sia solo fanatismo giudiziario; e, se poi qualcuno o anche molti ci lasciano la pelle, è la ragion di Stato, bellezza.

Energia positiva significa delegare il meno possibile diritti e valori, smettere di starsene rintanati a mugugnare sulla voracità delle caste o sull’Italia che va a rotoli. Significa muoversi, alzarsi in piedi, mostrarsi. Cosa che non sempre è facile, perché sottoscrivere un appello che fermamente protesta contro l’accerchiamento delle procure da parte delle massime istituzioni (dal Quirinale al Governo, dalla Cassazione all’Avvocatura dello Stato), specie se si è personaggi pubblici, con l’aria che tira qualche problema può crearlo.

Centomila che, vedrete, alla fine saranno molti di più, poiché la partecipazione è contagiosa se attinge al senso comune. E il senso comune oggi comincia ad averne la scatole piene di chi misura la vita e le qualità umane e la felicità (se questa parola è ancora permessa) con lo spread o con l’andamento dei mercati. Certo che la povertà materiale va combattuta, così come la scarsa speranza nel futuro che afferra alla gola i giovani. Ma, parafrasando Robert Kennedy e il suo meraviglioso discorso sul Pil, “c’è un compito ancora più grande: è il confronto con la povertà di soddisfazioni, di scopi, di dignità che ci affligge tutti”. Perché lo spread non misura né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra compassione, né il nostro sostegno a uomini che nel nome della legge servono ogni giorno il Paese. Una firma invece sì.

Il Fatto Quotidiano, 15 agosto 2012