Fare impresa in Italia non è remunerativo perchè il guadagno non è sufficiente a ripagare il costo del capitale. Non solo. Nel 2011, il ritorno sul capitale investito delle imprese italiane è inferiore al rendimento netto degli impieghi finanziari in Btp per un differenziale negativo di 1,5 punti. Come dire che l’anno scorso l’investimento in Btp è stato piu’ redditizio della media delle aziende del nostro Paese.

A sostenerlo è l’ufficio studi di Mediobanca, la banca d’affari in queste settimane alle prese con il dissesto del gruppo Ligresti. Nel dettaglio,  l’indagine 2012 degli analisti di Piazzetta Cuccia sui dati cumulativi di 2.032 medie e grandi imprese italiane evidenzia una distruzione di ricchezza di 1,4 punti nelle attività industriali italiane.  I grandi gruppi, sostiene Mediobanca, visti nella loro dimensione italiana, sono quelli che hanno sofferto di più, mentre è stata più contenuta la sofferenza delle medio e grandi imprese. La distruzione di valore, poi, ha risparmiato le sole aziende a controllo estero, grazie alla elevata redditività del capitale.

Secondo l’analisi, in particolare le imprese della Penisola nel 2011 hanno ripreso a crescere sul fronte del fatturato, che complessivamente è aumentato del 9,2% sul 2010, trainato dalle esportazioni che nel 2011 si sono mosse a velocità più che tripla rispetto alle vendite domestiche (+18,3% contro +5,5%). Ma lo scenario rimane fosco: i livelli pre-crisi del 2008 non sono stati raggiunti. E, soprattutto, i margini sono ancora in flessione (-4,5%) con l’utile netto in caduta libera (-65,1%).  A picco anche l’occupazione, che nel 2011 è scesa per il quarto anno di fila: rispetto al 2007 la riduzione degli organici ha toccato le 68mila unità, per un calo complessivo del 4,9 per cento. Sono stati toccati più duramente la manifattura (-5,5%) rispetto al terziario (-3,1%) e il settore pubblico (-8,6%) rispetto al privato (-4,1%). 

Sempre più contati, infine, gli investimenti che a valori correnti nel quadriennio sono crollati del 20,2 per cento. Mentre gli azionisti, anche durante la crisi tra il 2009 al 2011, hanno drenato risorse dalle imprese. Secondo i calcoli di Piazzetta Cuccia, infatti,  gli apporti dei soci (gli aumenti di capitale al netto dei dividendi distribuiti e dei rimborsi agli azionisti) tra il 2009 e il 2011 sono stati negativi per 40,8 miliardi. Un andamento che ha interessato sia le imprese pubbliche (-14,1 miliardi) sia quelle private (-26,6 miliardi). E il sostegno degli istituti di credito, che secondo Mediobanca nel 2011 ha segnato una ripresa, complessivamente si è fatto desiderare dato che nel triennio i finanziamenti bancari hanno registrato una riduzione complessiva di 11,5 miliardi di euro. Le imprese hanno così fatto ricorso a maggior debito non bancario per 17,5 miliardi, reperiti per 13 miliardi con l’emissione  obbligazioni e 4,5 attraverso finanziamenti infragruppo.