È una brutta commedia all’italiana quella che vede Mediobanca, caposaldo del capitalismo nazionale, travolta da uno scandalo surreale nelle stesse ore in cui i mercati finanziari europei collassano per ben più drammatiche ragioni. Alberto Nagel, amministratore delegato del tempio della finanza fondato e guidato per mezzo secolo da Enrico Cuccia, è indagato per ostacolo all’autorità di vigilanza (cioè per aver ingannato la Consob e con essa il mercato) e rischia di essere silurato per uno scandalo gravissimo nella sostanza ma addirittura grottesco in certi passaggi.

Il racconto che Nagel ha fatto due giorni fa al magistrato milanese Luigi Orsi, che lo ha interrogato per sei ore a proposito dell’accordo segreto con la famiglia Ligresti, lascia a bocca aperta. Ricordiamo le premesse. Mediobanca, per evitare la bancarotta della compagnia di assicurazioni Fonsai, che le deve un miliardo di euro, ha architettato di salvarla fondendola con l’Unipol, a sua volta indebitata con Mediobanca. La famiglia Ligresti, azionista di controllo di Fonsai, è destinata a perdere tutto e per questo da mesi chiede una buonuscita. La Consob ha però dato il via libera al salvataggio a condizione che non un solo euro vada ai Ligresti, per giustizia verso gli azionisti di minoranza.

Nagel, dopo aver negato per giorni di aver mai firmato niente, ha dovuto ammettere che era sua la firma in calce al foglio che il pm gli ha mostrato. Ma ha sostenuto che la sua è stata solo una sigla “per presa di conoscenza”. E che l’ha apposta perché il finanziere Salvatore Ligresti aveva minacciato il suicidio se Nagel non avesse firmato. Proprio così.

Dunque, secondo Nagel, i magistrati che lo indagano e gli azionisti di Mediobanca dovrebbero credere a questa versione. Il 17 maggio Ligresti, con il quale Nagel ha rotto i rapporti, ottiene un incontro per intercessione dell’avvocato Cristina Rossello, segretaria del patto di sindacato tra gli azionisti di controllo di Mediobanca. Il costruttore siciliano, abituato da sempre a essere usato (e servito) da Mediobanca, sottopone a Nagel la lista dei suoi desideri: 45 milioni di euro, un ufficio con segretaria e auto con autista per sè; un posto di lavoro in Svizzera per il figlio Paolo, e, per gradire, ospitalità gratuita per tutta la famiglia (non si sa per quante generazioni) nella pregiata struttura turistica Tanka Village in Sardegna.

Nagel sostiene che quelle sono richieste rivolte a Unipol, che si rifiuta di parlare con Ligresti, il quale per questo chiede a Nagel di perorare la sua causa, ottenendo la firma per “presa di conoscenza” con la minaccia di suicidarsi (non è specificato se seduta stante o poco dopo). Nagel si commuove e firma. Se il problema era la garanzia della presa visione, Ligresti faceva prima a mandargli una raccomandata, ma evidentemente il problema era più complesso. Il foglio rimane affidato alla discreta cassaforte dell’avvocato Rossello fino a che i magistrati, mandati da Ligresti, non lo scoprono. Nagel dice che comunque non ha valore di contratto e non ha avuto alcun seguito. I Ligresti sono di parere opposto: sono andati in procura perché ritengono quel foglio un contratto valido.

Ieri l’autorevole Sole 24 Ore ha scritto un editoriale contro Nagel, in nome della “correttezza del nostro mercato finanziario” che “nessun manager o banchiere può pensare di barattare per salvare se stesso”. Il cosiddetto salotto buono sembra essersi stufato del 47enne ex ragazzo prodigio. Il presidente del patto di sindacato di Mediobanca, Angelo Casò, ha consultato i membri sull’opportunità di convocare a breve l’assemblea del patto (di cui fanno parte tra gli altri Unicredit, Berlusconi, Pesenti, Benetton, Tronchetti Provera, Gavio, Ferrero, Pecci, Angelini, Monti Riffeser, cioè tutti i blasoni meno Fiat, recentemente uscita). È stata una giornata di frenetici contatti, mentre il titolo in Borsa perdeva il 9,30 per cento, e arrivava da Torino la notizia di una nuova inchiesta (con perquisizione) su Fonsai per falso in bilancio negli anni 2008-2011. Di Nagel se ne riparla a settembre, per salvare le vacanze in barca degli azionisti e perché manca ancora il nome del sostituto. Ma la sua sorte sembra segnata. Così come lo è sicuramente quella di Mediobanca: nel disastro di Fonsai rischia di perdere un miliardo e la faccia.