Aveva assicurato che la tornata elettorale avrebbe favorito l’attuazione del Memorandum, come se il tecnico Loukas Papademos stesse facendo altro. A cavallo delle due urne, poi, il leader conservatore di Nea Dimokratia Antonis Samaras, aveva fatto un passo indietro, annunciando che avrebbe battuto i pugni sul tavolo di Bruxelles (dove non si è mai seduto per l’intervento all’occhio effettuato proprio in quei delicatissimi giorni) per chiedere e ottenere la rinegoziazione del piano, che un minuto dopo la formazione del suo governo la cancelliera Merkel si era affrettata a definire come “non all’ordine del giorno”. Senza nel frattempo fare i cosiddetti compiti a casa che la politica ellenica avrebbe dovuto fare.

Nella Grecia tecnicamente già fallita ma attaccata forzatamente al sondino delle banche tedesche e francesi (che se chiudesse per bancarotta dovrebbero dire addio agli interessi e ai prestiti maturati) sta andando in scena la tragedia dell’assurdo. Con l’attuale premier che ha prima “costretto” il tecnico Papademos a restare in carica solo per sei mesi, annunciando che le elezioni sarebbero state la panacea per la crisi, salvo poi ritardare di dieci mesi netti l’attuazione delle riforme utili al paese per evitare il crac.

La Grecia ha regolarmente onorato i propri impegni solo a metà e lo hanno fatto solo i cittadini. Che si sono visti diminuire stipendi, pensioni e indennità del 20%, introdurre nuove tasse come l’Imu (che prende il nome di karadzi), aumentare l’iva al 23% con la benzina verde che ha sfondato la soglia dei due euro e con alcuni fondi pensione impegnati dallo Stato per poter ottenere altri prestiti ponte, che non serviranno a impedire il fallimento. Mentre la burocrazia, la partitocrazia e la classe politica meriterebbero un insufficiente (come la troika attesterà nel prossimo report di settembre) per via dei ritardi con cui non ha fatto ciò che doveva. In primis e subito dopo la votazione da parte del parlamento ellenico del piano di Bce, Fmi e Ue, era stata approntata una società ad hoc che avrebbe dovuto provvedere in tempi rapidi e in maniera efficace alla massiccia privatizzazione dei gioielli di famiglia dello stato.

Ma i tre manager posti al vertice si sono dimessi in successione, in un Paese dove nessuno fa un passo indietro come dimostrano i numerosi scandali di cui le cronache sono piene. Inoltre il programma di dimagrimento del settore pubblico già indicato lo scorso inverno dalla troika è ancora in una fase embrionale. Il riferimento è alle fusioni di 213 enti, tra società e commissioni, e all’abolizione di 21 agenzie. Il tutto raggruppato in nove macro dipartimenti costituiti da 34 soggetti giuridici e con un totale di 5.256 dipendenti. A cui il bilancio dello Stato fino a ieri ha dedicato 40 milioni di euro. Secondo il decreto attuativo diffuso dal ministero della funzione pubblica di Atene il procedimento riformatore inizierà con una prima fase di fusioni e di eliminazioni, che guideranno la ristrutturazione più ampia del settore intervenendo su soggetti che saranno in grado di fornire gli stessi servizi ai cittadini a basso costo per il bilancio dello Stato e con una maggiore efficienza. Ma al contempo nessuno spiega perché si annunciano oggi misure che sarebbero dovute essere attuate sette mesi fa, per impedire l’aggravamento attuale della crisi e lo scetticismo galoppante di mercati e di investitori stranieri.

Stando alle valutazioni del governo si tratta di interventi che dovrebbero partire solo nel mese di agosto e curati dall’apposito dicastero della riforma amministrativa che ha affidato a uno speciale gruppo di consulenti (tanto per non far mancare una commissione ad hoc) la ristrutturazione dei bilancio dello stato che addirittura solo entro la fine del mese produrrà le prime conclusioni preliminari. Con altri ritardi per giungere alla fase attuativa pura.

Per questo ieri il quotidiano Ta Nea titolava: “Cartellini rossi della troika ad Atene”, non fosse altro per certificare un’ovvietà. L’erogazione della successiva tranche da 31 miliardi di euro, che i rappresentanti di Bce, Ue e Fmi giustamente condizionano allo svolgimento degli impegni contenuti nel piano, potrebbe non essere assicurata. Con sullo sfondo la data cerchiata in rosso del 20 agosto, quando scadranno obbligazioni per 3,2 miliardi di euro che le casse dello Stato non sono e non saranno in grado di rimborsare. Gli emissari della troika ad Atene, Thomsen, Morse e Mazouch (già ribattezzati i tre cavalieri dell’apocalisse europea) non potranno fare altro che prendere atto della tabella di marcia non rispettata dal governo, nel cui computo mancano ben 11,5 miliardi di euro di misure non attuate.

E a nulla servono gli annunci del ministro delle finanze Stournaras su altri tagli alla spesa per otto miliardi oltre al tetto massimo per le pensioni di 2.400 euro in un paese dove alcuni ospedali non possono più garantire i pasti ai degenti, dove i cittadini hanno atteso tre mesi per ricevere i farmaci da farmacie in credito con lo stato per milioni di euro, dove chi va in pensione oggi oltre a non avere certezze sulla liquidazione potrebbe attendere anche due anni per ricevere in banca la prima pensione. E dove il presidente della banca centrale della Grecia Provopoulos (che ha uno stipendio superiore a quello di Barack Obama) ha detto ufficialmente che cinquanta miliardi di euro non saranno sufficienti a ricapitalizzare le banche elleniche.

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