Una partenza da Napoli amara e un arrivo a Bologna burrascoso per Enrico Sangermano, nuovo direttore dell’Agenzia dell’entrate dell’Emilia Romagna, dopo tre anni e mezzo passati al vertice di quella della Campania. Poco prima di abbandonare il capoluogo partenopeo, con il biglietto per la nuova destinazione già in tasca, il dirigente aveva ricevuto la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati con le ipotesi di corruzione e abuso d’ufficio. Per questo motivo il suo insediamento in Emilia Romagna ha sollevato le voci di proteste dei sindacati, che ora parlano di “nomina inopportuna”.

“Quando una persona è sottoposta a indagine giudiziaria vale la presunzione di non colpevolezza – precisa la Cgil in una nota –. Ma la scelta di Sangermano per la direzione dell’ Agenzie delle entrate regionale è quantomeno inopportuna e discutibile”. Secondo il sindacato, in una regione ad altro rischio infiltrazioni il primo segnale deve arrivare dalle istituzioni, su cui non possono pesare dubbi sull’integrità morale.

“L’Emilia Romagna – si legge ancora – non è un territorio esente da infiltrazioni della criminalità organizzata, di varia provenienza, in particolare nel tessuto economico. È del tutto evidente, quindi, che il primo presidio contro queste infiltrazioni è rappresentato da quelle istituzioni dello Stato che sono chiamate a reprimere tali attività criminose. Una lotta durissima che richiede innanzitutto la certezza della assoluta trasparenza ed integrità morale delle persone che sono chiamate adoperare nell’ambito di tali istituzioni, a maggior ragione se con incarichi ai massimi livelli dirigenziali”.

Napoletano, 48 anni, Sangermano conosce bene Bologna. Nel 1997 attiva l’ufficio delle Entrate Bologna 2, di cui assume anche la direzione. Dopo va a capo del fisco nelle Marche, per approdare, alla fine del 2008 in Campania, dove subentra a Paola Spanziani, direttore regionale dal 2007.

La tegola giudiziaria arriva alla vigilia del suo trasferimento. Sangermano viene iscritto nel registro degli indagati, in una costola dell’inchiesta sul gruppo imprenditoriale Ragosta. Indagini che a marzo avevano già portato in carcere 22 persone e 25 ai domiciliari. Le accuse, formulate dai pm della Procura di Napoli Francesco Curcio, Alessandro Milita e Ida Teresi sono corruzione e abuso d’ufficio. Durante una perquisizione nella casa di Sangermano gli agenti trovarono 40 mila euro in contanti, riposti in una scatola di legno. Lui si difese, parlando di un regalo del padre “fatto in punto di morte”, mentre il suo legale assicura di poter dimostrare presto “l’estraneità del suo assistito ai fatti contestati”.