”La più grande battaglia dell’Italia è convincere gli investitori della bontà delle sue riforme economiche. Ma questo può essere fatto solo se anche il sistema politico viene cambiato. Elezioni affrettate non aiuteranno nessuna delle due cose”: parola del quotidiano britannico Financial Times, che nell’edizione di oggi in prima pagina ha pubblicato un editoriale che analizza la situazione italiana. Emblematico il titolo dell’articolo: ‘Roma dopo Monti‘.

I grandi partiti italiani, ha commentato il giornale, “dovrebbero impegnarsi ad appoggiare il governo Monti fino alla sua fine naturale. Poi dovrebbero essere disposti a ringiovanire le proprie fila”. Duro il parere del quotidiano inglese sul ritorno in campo di Silvio Berlusconi. “Il centrodestra dovrebbe andare oltre Berlusconi…” è il consiglio del Financial Time, che poi ha sottolineato come, pur essendo “quasi nulle” le possibilità che l’ex presidente del Consiglio diventi il prossimo premier italiano “sono quasi nulle”, “la sua riluttanza ad abbandonare definitivamente il palcoscenico è un’inutile fonte di instabilità“.

A sentire il Financial Times, infatti, gli investitori sono “riluttanti” ad acquistare bond italiani anche a causa della “profonda incertezza sul futuro politico del Paese”. Per “placare i mercati – è il parere del quotidiano – alcuni a Roma pensano che l’Italia trarrebbe beneficio da elezioni anticipate, anche a novembre. Dato che nessun grande partito riuscirebbe ad avere una fetta sufficientemente grande del voto, l’esito più probabile di questo voto sarebbe qualche sorta di grande coalizione. A Monti, quindi, verrebbe chiesto di rimanere come primo ministro e di continuare sulla sua strada delle riforme”.

Tuttavia, le “elezioni anticipate aumenterebbero soltanto l’attuale clima di incertezza“, ha concluso il quotidiano, sottolineando che “sarebbe difficile convincere i mercati che una grande coalizione composta da partiti con opinioni diverse riesca a durare molto a lungo e abbia la forza di prendere misure impopolari come le necessarie riforme strutturali o un nuovo giro di tagli alla spesa”.