Siamo un Paese senza un’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, in aperta violazione della disciplina dell’Unione Europea che impone a tutti gli Stati membri di averne una e, soprattutto – per la prima volta dall’Istituzione dell’Authority  [n.d.r. 1997]- con un vuoto di potere di inaudita gravità date le tante competenze esclusive che fanno, ormai, capo all’Agcom.

Il Presidente della Repubblica, infatti, non ha ancora firmato il Decreto di nomina dei nuovi componenti del Consiglio dell’Autorità e del suo Presidente ed i membri ed il Presidente uscente, dallo scorso 14 luglio hanno, forzatamente, dovuto astenersi da ogni atto ed iniziativa essendo definitivamente scaduta persino la proroga di sessanta giorni del loro mandato, a sua volta scaduto il 15 maggio scorso.

Ogni atto – di ordinaria o straordinaria amministrazione – formato con la partecipazione dei componenti uscenti dell’Authority sarebbe, pertanto, illegittimo.

La colpa, tuttavia, non è del Quirinale ma del gravissimo ed ingiustificabile ritardo con il quale Parlamento e Governo hanno avviato i procedimenti per la nomina, rispettivamente, dei componenti e del Presidente dell’Authority.

E’ un fatto incredibile e paradossale che, tuttavia, dà il senso dell’assoluta incapacità dei nostri decisori persino nella gestione dei procedimenti più semplici e del pressapochismo che li contraddistingue persino nelle scelte più importanti e di maggior responsabilità per la vita del Paese.

Che il 15 maggio 2012 il mandato del Presidente e dei membri dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni sarebbe venuto a scadere e che, pertanto, sarebbe stato necessario provvedere alla nomina dei nuovi membri e del nuovo Presidente, infatti, è circostanza nota da oltre sette anni ovvero da quando il collegio ormai scaduto è stato nominato.

Se, tuttavia, il calendario non fosse stato sufficiente a richiamare l’attenzione di Parlamento e Governo su tale scadenza, il 9 maggio ci aveva pensato il Consiglio di Stato che, richiesto di un parere sull’applicabilità – niente affatto scontata – dell’istituto della prorogatio al mandato dei membri dell’Authority, l’aveva confermata, chiarendo, tuttavia, che la durata di tale prorogatio non avrebbe, in nessun caso, potuto essere superiore ai sessantagiorni e che, in tale periodo, l’Authority avrebbe potuto svolgere solo gli atti di ordinaria amministrazione e quelli indifferibili ed urgenti.

Si è, però, trattato di un atto del tutto inutile.

L’ignavia – accompagnata dalle note beghe partitiche sulla lottizzazione delle poltrone – di Parlamento e Governo ha fatto sì che scadesse anche tale proroga senza che il Paese si dotasse di una nuova Authority.

Dal 14 luglio non abbiamo più neppure un’Autorità “a mezzo servizio” che vigili e governi, per quanto possibile, su alcune delle questioni più delicate per la vita democratica del Paese.

E’ un caso, se, frattanto, il Ministero dello Sviluppo economico si affretta ad assegnare, per i prossimi vent’anni le frequenze televisive alle emittenti di sempre, la politica – con la “p” minuscola – accelera le discussioni sulle intercettazioni, il Governo ed il Parlamento varano la nuova disciplina sull’editoria ed i provvedimenti per l’Italia digitale, ristagnano in una cabina di regia con troppi registi, nessun copione e nessun produttore.

La responsabilità giuridica e politica è solo ed esclusivamente delle Presidenze di Camera e Senato e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, responsabili rispettivamente dei procedimenti amministrativi di nomina dei componenti e del Presidente dell’Authority.

Le citate amministrazioni non solo hanno lasciato che i partiti, ancora una volta, dettassero le loro preferenze e si spartissero le poltrone alla vecchia maniera ma non sono state neppure in grado di fare in modo che tale vergognosa vecchia abitudine si consumasse almeno in tempo per garantire al Paese un Autorità Garante sebbene “solo” semi-indipendente.

Una brutta Authority ed in ritardo.

Un altro segnale importante per chi si interroga se questa sia la strada giusta per uscire dalla crisi.