Troppi pasticci e ritardi nella protezione dei bambini online. È ora di chiedere scusa (e rimediare)
La Commissione europea ha detto stop – almeno per il prossimo anno – a qualsiasi iniziativa nazionale in materia di limiti di età per l’accesso dei bambini online.
La ragione della moratoria appena arrivata da Bruxelles è semplice, comprensibile, vien da dire ovvia: le Istituzioni europee sono al lavoro dallo scorso 17 settembre 2026 su un Regolamento, l’EU Kids Act, volto proprio a disciplinare in materia uniforme la materia e, quindi, ritiene non vi sia spazio per iniziative dei singoli Paesi membri che finirebbero con il creare una frammentazione regolamentare.
In Italia lo stop arriva a qualche settimana da quando la Presidente del Consiglio si era dichiarata pubblicamente non contraria a una legge che vietasse i social agli under 14 e aveva rinviato la questione in Parlamento dove giace, da oltre due anni anni, un disegno di legge bipartisan sulla materia, che peraltro aveva ricevuto oltre un anno fa il via libera proprio dalla Commissione Ue, ma che era poi rimasto insabbiato in attesa di una serie di pareri ministeriali.
È una brutta vicenda, triste e poco edificante per tutti i protagonisti, con una morale amara: la protezione dei minori online, almeno sin qui, non è interessata abbastanza alle nostre Istituzioni se non per ragioni propagandistiche e di facciata.
Non c’è possibile conclusione diversa davanti a un Parlamento, il nostro, nel quale quasi trenta mesi non sono bastati per approvare una legge pure nata da un’intesa inedita e bipartisan tra il Partito Democratico e Fratelli d’Italia e davanti a una Commissione europea che prima attende anni per occuparsi di una materia che sarebbe stato urgente affrontare da almeno due decenni, poi sceglie di farlo solo dopo la proliferazione di una serie di iniziative nazionali e quindi si ritrova, comprensibilmente, costretta a dire stop a Parlamenti e Governi nazionali.
Niente di quello che è accaduto sarebbe dovuto accadere e niente è giustificabile, specie in considerazione degli interessi in gioco, quelli relativi al benessere dei più piccoli nella dimensione digitale divenuta, ormai da anni, il loro naturale ambito di crescita, di sviluppo e di vita. A vincere, grazie a pasticci e ritardi diffusi delle istituzioni europee e nazionali, ora sono solo loro, i giganti dei social network, delle piattaforme di condivisione di contenuti digitali, dei chatbot di intelligenza artificiale, frattanto divenuti i migliori amici dei nostri bambini, i loro confidenti, le loro fidanzate, talvolta i loro psicoanalisti.
Sono loro gli unici che si avvantaggeranno della moratoria di dodici mesi appena adottata a Bruxelles e dei tempi, difficilmente più brevi, che la proposta di Regolamento europeo battezzato EU Kids Act impiegherà per essere approvata, entrare in vigore, divenire direttamente applicabile. E se ne avvantaggeranno perché, frattanto, potranno continuare a far business anche sulla pelle dei più piccoli, sulla condizione di dipendenza, ormai conclamata, nella quale li hanno ridotti, sulla pandemia della solitudine che li ha travolti e sulle loro debolezze e fragilità.
Tanto business e tanti soldi se si pensa che, online, un terzo degli utenti è un bambino e, quindi, metterli alla porta tutti o anche solo una parte significa rinunciare a un fiume di denaro.
Diciamoci la verità, da adulti non abbiamo dato un bell’esempio ai più piccoli, non abbiamo mostrato loro di avere davvero a cuore il loro benessere nella dimensione digitale, non abbiamo dato prova di avere chiare le priorità nel governo del futuro. Probabilmente dovremmo chiedere scusa ai bambini, scusa prima per averli lasciati soli dentro gli schermi di smartphone e tablet dove sono stati fatti prigionieri da mercanti di illusioni digitali e cacciatori di attenzione, tempo e dati, quindi per esserci lasciati convincere che fossero davvero “nativi digitali” e, dunque, potessero vivere online senza bisogno di noi e, infine, per non esser stati tempestivi quanto sarebbe stato necessario per varare un sistema integrato di protezione regolamentare capace, almeno, di limitare avidità e cinismo di lorsignori padroni delle piattaforme in loro danno.
E dopo aver chiesto scusa, dovremmo trovare tutti insieme un rimedio a pasticci e ritardi, magari ammettendo iniziative nazionali purché sufficientemente “elastiche” e capaci di adattarsi alle regole europee che un giorno arriveranno.
Se non si trova una soluzione, la coscienza delle Istituzioni europee e nazionali non potrà liberarsi facilmente di un peso enorme, davanti alla prossima vittima-bambina, della dipendenza da social, dell’esposizione dei più piccoli a contenuti, dinamiche e esperienze non adatte alla loro età, della forza manipolativa di chatbot diversamente intelligenti che continuano a illudere bambini e adolescenti di esser loro amici, fidanzati e confidenti mentre in realtà vogliono, come tutti nell’agone digitale, solo il loro tempo, la loro attenzione e i loro dati personali.