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Israele, il capo dello Shin Bet chiede di interrogare i leader delle liste arabe ma si rifiuta di fornire le prove. Ben Gvir: “Arrestateli”

David Zini, a capo dell'agenzia di intelligence, accusa i partiti arabi di interferenze elettorali straniere. Scontro la procura generale
Israele, il capo dello Shin Bet chiede di interrogare i leader delle liste arabe ma si rifiuta di fornire le prove. Ben Gvir: “Arrestateli”
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A poche ore dall’avvio delle consultazioni in Israele scoppia il caso David Zini. Il capo Shin Bet, colono, vicinissimo al premier Benjamin Netanyahu al quale risponde direttamente, ieri ha chiesto di interrogare i quattro leader dei partiti arabi nell’ambito dell’indagine su presunte interferenze elettorali dall’estero, in particolare dal Qatar, ma si è rifiutato di fornire ai procuratori prove a carico di tre di loro. Lo ha scritto il giornale Haaretz nella serata di ieri, raccontando come Zini sia finito nell’occhio del ciclone accusato di voler delegittimare, per mano del premier e dell’estrema destra, la mobilitazione elettorale dei palestinesi-israeliani che ha fatto ottenere 19 seggi alle liste arabe.

Il capo del servizio segreto interno, racconta Haaretz, “ha avanzato l’ipotesi che un’entità straniera abbia trasferito denaro ai partiti arabi, utilizzato poi per acquistare buoni carburante distribuiti agli elettori”. I tre politici nel mirino sono il leader del partito Ràam, Mansour Abbas, il capo della formazione Tàal, Ahmad Tibi, e il leader della formazione Balad, Sami Abu Shehadeh, quest’ultimo escluso dalla candidatura alle elezioni della scorsa settimana. Tuttavia, specifica il giornale, quando la procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto le prove a sostegno delle sue affermazioni per autorizzare gli interrogatori, Zini “ha fornito informazioni che, secondo diverse fonti, si basavano su dicerie di dubbia attendibilità piuttosto che su prove concrete, insieme a foto circolate sui social media che mostravano la distribuzione dei buoni carburante”. Il partito Likud di Netanyahu ha quindi accusato la procuratrice di impedire gli interrogatori e lei ha a sua volta risposto con una durissima dichiarazione, accusando di fatto Zini di tentare di minare lo Stato di diritto.

Oggi lo Shin Bet ha riferito alla Commissione elettorale che “le operazioni di finanziamento e di influenza straniera su larga scala sono un fenomeno diffuso, con una portata che supera le migliaia di persone e forse anche di più”. Secondo l’agenzia di intelligence, riferisce The Times of Israel, i fondi provenivano da paesi stranieri e da soggetti con “interessi nascosti e persino ostili“, ma viene tuttavia anche sottolineato come siano necessarie “ulteriori indagini prima di poter stabilire con un elevato grado di certezza la portata delle presunte attività”. Dubbi sull’attendibilità di quanto riferito dallo Shin Bet arrivano da fonti del sistema giudiziario e delle forze di polizia ascoltate da Haaretz: “Se le cose stanno così, allora com’è possibile che il capo dello Shin Bet David Zini abbia dichiarato il giorno delle elezioni che il voto era al sicuro? Se stavano circolando ingenti somme di denaro, il processo elettorale avrebbe dovuto essere bloccato”. Le accuse dell’agenzia di intelligence vengono ridimensionate anche dalla Commissione elettorale, che ha smontato le accuse di frode. “È stata completata una verifica. Tutti i reclami presentati dalle fazioni politiche sono stati esaminati e non è emerso alcun elemento che indichi una compromissione dell’integrità delle elezioni”, si legge in una nota diffusa poche ore prima che il presidente Isaac Herzog riceva ufficialmente i risultati.

A livello politico però le dichiarazioni hanno immediatamente ottenuto il risultato di aizzare l’estrema destra. In prima fila il leader di Otzma Yehudit, il ministro Ben Gvir, che ha chiesto di arrestare tutti i leader dei partiti arabi e di interrogarli “nelle celle sotterranee dello Shin Bet” , scavalcando la procura generale e senza la sua approvazione. “Ci hanno rubato le elezioni” ha detto, facendo appello per l’immediata sospensione della certificazione dei risultati elettorali e della formazione di un governo.

Fin dall’inizio le liste arabe, che rappresentano i due milioni di palestinesi con cittadinanza israeliana, sono state il principale bersaglio della coalizione di Netanyahu in questa fase post-voto. Anche perché, rompendo la tradizione di boicottaggio, le liste sono riuscite a portare gli elettori alle urne e hanno ottenuto 19 seggi. Un numero rilevante, che potrebbe essere determinante nella formazione del governo Eisenkot, l’oppositore di Netanyahu, dal momento che nessuno ha la maggioranza. “I tentativi di diffamare il pubblico arabo sono inaccettabili” si è difeso il presidente della Lista Araba Unita, Mansour Abbas. “Siamo pronti a comparire davanti a qualsiasi autorità di polizia, in conformità con le disposizioni del procuratore generale e del sistema giudiziario, che hanno ripetutamente dimostrato di essere soggetti alla legge e non ad altri attori politici”.

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