Trump, la disfatta è servita. Gli americani puniscono la retorica violenta del presidente sfilandogli Camera e Senato al midterm
Una disfatta tra le più clamorose nella storia dei Repubblicani. Una condanna senza appello per Donald Trump. È questo l’esito del midterm 2026. È questo il messaggio che l’America manda alla sua politica e soprattutto al suo governo. I Democratici, come ampiamente atteso, hanno conquistato Camera e Senato. Stupisce la portata della vittoria. A parte la socialista democratica Angie Nixon perdente nella corsa a senatrice della Florida (ma Nixon ottiene comunque un ottimo risultato nello Stato simbolo del trumpismo), i democratici non solo vincono tutte le sfide considerate determinanti prima del voto. Ne vincono anche altre, che fino a pochi mesi fa sembrava fantascienza soltanto immaginare.
È clamorosa la sconfitta repubblicana in South Carolina, Texas, Iowa, Kansas. Erano più attese, ma sono comunque colpi durissimi, la perdita dell’Ohio, del North Carolina, del Maine. La sberla è così devastante, il margine della vittoria dem così netto, che a scrutinio ancora in corso si sono improvvisamente dissolte le minacce di contestazione del risultato elettorale che Trump, diversi repubblicani e il Dipartimento di Giustizia hanno ripetuto per mesi. “Sono assolutamente disponibile ad accettare il risultato elettorale. Non vedo l’ora di collaborare con i democratici”, ha detto Trump in un’intervista al New York Times, quando il crollo repubblicano era ormai chiaro. Su Truth Social, il presidente ha però postato un’immagine che pare molto meno conciliante. Un cappellino da baseball rosso, il colore del Maga, e una parola, “Veto”, che annuncia l’apertura di una battaglia senza esclusione di colpi tra Casa Bianca e Congresso.
“Non ero io sulle schede elettorali”. È stato il primo commento sul risultato delle elezioni di midterm che Trump ha affidato al suo account. La presa di distanza era attesa – a Trump non piace perdere e non ha mai ammesso di aver perso – ma è comunque un messaggio in contrapposizione con quello che lo stesso presidente aveva detto alla Convention repubblicana di Dallas: “Fate come se ci sia io sulle schede elettorali”. Gli americani hanno in effetti fatto “come se ci fosse stato lui” e hanno consegnato a lui, e al suo partito, un clamoroso benservito.
L’esito disastroso di queste elezioni è del resto strettamente legato a madornali errori politici e strategici del presidente che, nonostante indici di impopolarità mai visti nella storia americana, ha comunque deciso di gettarsi nella campagna e di fare anzi di queste elezioni un referendum su di sé. Un presidente che ha continuato a liquidare i timori sul costo della vita come “balle” e che si è accanito a raccontare che lui la guerra in Iran l’ha vinta. Che è stato personalmente responsabile della scelta di candidati improponibili, soprattutto in Texas e South Carolina, che hanno suscitato la perplessità e lo sdegno degli stessi elettori repubblicani e che hanno trascinato le campagne repubblicane allo schianto finale. Il voto condanna ovviamente anche la leadership repubblicana del Congresso e le strutture del partito a livello statale. Si sono in questi anni legate mani e piedi a un presidente che ha travolto e cancellato le identità del G.O.P. e ha messo in discussione lo stato di diritto. Non hanno fatto nulla per frenare le politiche di Trump sui dazi, sulla guerra, sulla sanità. Si ritrovano oggi in minoranza al Congresso ma soprattutto con un problema esistenziale. Cosa ne sarà del partito, che cosa è diventato e cosa diventerà, dopo l’uscita di scena di Donald Trump, al cui primo atto abbiamo assistito ieri sera?
Sul piano dell’analisi del voto, i Democratici a questo midterm hanno conquistato seggi al Senato in sette Stati: Iowa, Kansas, Ohio, North Carolina South Carolina, Texas, Maine. In sei tra questi, Trump aveva vinto nelle sue tre elezioni presidenziali. I seggi in Texas e South Carolina erano da decenni sotto il controllo del G.O.P., Quello del Kansas lo era dal 1932. Per quanto riguarda la Camera, si assiste allo stesso processo di passaggio di collegi elettorali dai repubblicani ai democratici, che vincono in Pennsylvania, Kentucky, New Jersey e North Carolina. Sembra anche sostanzialmente fallito il tentativo repubblicano di gerrymandering, il ridisegno dei collegi elettorali, che avrebbe dovuto garantire vittorie schiaccianti. I Democratici si aggiudicano invece in Florida collegi che i repubblicani avevano ridisegnato, apparentemente a loro vantaggio.
Queste elezioni saranno anche ricordate come quelle “delle prime volte”. Per la prima volta viene eletta al Senato una persona dichiaratamente omosessuale, il democratico Chris Pappas, che vince la corsa in New Hampshire. Per la prima volta una donna nera, Keisha Lance Bottoms, viene eletta governatrice di uno Stato, la Georgia. Per la prima volta la Camera Usa avrà uno speaker nero, il democratico Hakeem Jeffries. Queste elezioni saranno però forse ricordate soprattutto per una cosa: il rifiuto che la maggioranza degli elettori ha dato della retorica, sempre più aggressiva, xenofoba, razzista, usata dal presidente durante la campagna elettorale, in particolare, va detto, ai comizi, dove Abdul El-Sayed è stato sempre chiamato “Mohammed”. “Lo posso fare perché sono il presidente”, ha scherzato Trump che ha anche preso di mira “ l’eunuco vegetariano” James Talarico, cui mancherebbe “quella cosa in mezzo alle gambe”. Abdul El-Sayed in Michigan e James Talarico in Texas sono le vittorie più simboliche ed esaltanti di questo midterm.