Prima dei vari Latouche, Bonaiuti, Pallante, e compagnia, c’era Ivan Illich. Con questo voglio dire, a ragion veduta, che alle basi di quella che possiamo chiamare “filosofia” della decrescita c’è quel grandissimo personaggio che fu Ivan Illich. Solo che, se oggi ripensare la modernità e suggerire la decrescita è relativamente facile, ai tempi non sospetti in cui Illich predicava in questo senso occorreva coraggio e illuminazione.

Incredibile, in proposito, una sua affermazione del 1978: “Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scelta” o “punto di svolta”, ora sta a significare: “Guidatore dacci dentro!”. Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale (…) La crisi come necessità di accelerare non solo mette più potenza a disposizione del conducente, e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza dei passeggeri; ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle risorse”.

Nel notare con piacere che molto più modestamente anch’io indicai tempo fa che il termine crisi non doveva essere letto necessariamente con accezione negativa, è tremendamente attuale l’affermazione di Illich che nei periodi di crisi (nella attuale accezione) il potere – che la stessa crisi ha creato – ne approfitta per rapinare spazio, tempo, risorse.

Come non vedere nell’affermazione del grande pensatore ciò che sta attualmente accadendo nel mondo, in cui le banche dettano direttamente le politiche dei paesi, determinando una sensibile contrazione delle libertà e dei diritti. Aggiungerei solo che oggi per il capitale contrarre libertà e diritti è diventato sempre più una necessità, dettata da logiche di sopravvivenza del sistema (caro, vecchio, sessantottino ”sistema”).

Ecco che per produrre diventano fastidiosi orpelli i diritti dei lavoratori, ecco che le grandi opere debbono essere realizzate indipendentemente dalla loro utilità, ecco che i servizi non debbono più essere pubblici ma in mano privata.

Peccato che tutto questo porti a un rapido degrado dei rapporti sociali, dell’ambiente, del territorio dove viviamo e non salvi dalla galoppante povertà ma anzi accentui la forbice fra chi ha e chi non ha.

“Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iperindustriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. 
L’equilibrio della vita si dispiega in varie dimensioni: fragile e complesso, non oltrepassa certi limiti. Esistono delle soglie che non si possono superare”

Ivan Illich